Suspiria, il remake di Guadagnino divide il pubblico: applausi e fischi a Venezia
di Ilaria Ravarino

Suspiria, le streghe emancipate di Luca Guadagnino dividono il pubblico

Più cattive, più potenti, più ambiziose. Talmente emancipate da fare del tutto a meno del maschio, ridotto a mero gingillo da ipnotizzare, incaprettare, seviziare con affilato falcetto d’ordinanza. Le streghe di Suspiria, il classico horror di Dario Argento del 1977, sono tornate. E nel remake di Luca Guadagnino, presentato a Venezia e accolto, schizofrenicamente, da applausi e fischi, si prendono senza mezzi termini la scena. 



Simile nella struttura al film di riferimento, a sua volta tratto dal Suspiria De Profundis di Thomas de Quincey, il nuovo Suspiria racconta di Susie Benner (Dakota Johnson), giovane promessa del ballo, e di cosa le accada dal momento in cui viene ammessa nella prestigiosa scuola di danza della carismatica Madame Blanc (Tilda Swinton). Le similitudini con il film di Argento, però, finiscono qui. “Amo Dario Argento, non sarei qui se non fosse per lui” ha detto a Venezia Guadagnino, rifiutandosi però di rivelare il giudizio del maestro dell’horror sul suo libero adattamento (“Ha visto il film, ma se volete sapere cosa ne pensa chiedetelo a lui”).

A cambiare, prima di tutto, è l’ambientazione della storia: non più Friburgo ma la Berlino del Muro, “perché ci interessava raccontare il tema della divisione, dell’esclusione e dell’inclusione, della colpa e del perdono”, ha spiegato il regista, che nella storia ha voluto inserire molti riferimenti all’autunno tedesco e al terrorismo della banda Baader Meinhof, per alimentare “il senso di orrore”, quotidiano e inconscio, di quel periodo storico. Notevoli le differenze nella messa in scena delle streghe, donne senza scrupoli guidate da un progetto oscuro, dipanato con crescente suspence nei cinque atti in cui è diviso il film.   Senza rischio di spoiler, la formula Guadagnino può riassumersi cosi: i fattori sono gli stessi, Mater Suspiriorum, Mater Tenebrarum e Mater Lacrimarum, ma invertendoli il risultato (del film) cambia. Quasi azzerata la presenza maschile, potenziata quella delle donne (Tilda Swinton interpreta qui tre personaggi), ridotta la quota di sangue, aumentato il livello di paranormale, inesistente il sesso. La carica erotica del femminile, nella sua declinazione più selvatica, esplode nel film nelle sequenze dei balli, potentissimi sabba visivi sapientemente “caricati” dalle musiche di Thom Yorke. Difficile dimenticarli. Specialmente la danza della sequenza finale.

Un film barocco, carico di livelli e significati, debordante nella durata (152 minuti), nelle scelte visive, nei simboli, nelle possibili letture: Suspiria di Guadagnino è un puzzle da migliaia di pezzi, che richiederà tempo per lasciarsi davvero decifrare. 
Sabato 1 Settembre 2018 - Ultimo aggiornamento: 23:16
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