Stefano Accorsi: «Lottiamo contro l'ansia di apparire»
di Michela Greco

Stefano Accorsi: «Lottiamo contro l'ansia di apparire»

«Viviamo in un mondo bellissimo, dove c’è tanto da esplorare, ma oggi più che mai rischiamo di restare intrappolati nell’immagine che gli altri hanno di noi e in quella che noi stessi vogliamo proiettare sugli altri». L’ansia dell’apparenza e l’ostentazione di successo e denaro sono tra i temi portanti de Il campione, film dell’esordiente Leonardo D’Agostini presentato in anteprima al Festival del Cinema Europeo di Lecce e al cinema da oggi. Dopo aver interpretato uno scapestrato fratello maggiore in Veloce come il vento, qui Valerio-Stefano Accorsi, barbuto e trasandato, diventa il professore di Christian Ferro (il sorprendente Andrea Carpenzano), nuovo piccolo Totti della A.S. Roma. Un talento irrequieto, che vive tra lusso, selfie e una corte di amici-parassiti: tamponi per una solitudine che sa gestire solo con la sregolatezza. Valerio piomba nella sua vita da rockstar dal suo pianeta lontano, fatto di problemi economici e ferite del passato, per portarlo verso la maturità. Scolastica ed esistenziale.
Stefano, anche lei deve gestire il successo e l’immagine. Come si trova un equilibrio?
«Nei social, ad esempio, a volte mi mostro come i miei personaggi e altre mostro qualcosa di me stesso, ma c’è sempre una dose di rappresentazione. In quella dimensione funziona la spontaneità e credo si possa mettere qualcosa che ci appartiene anche nell’artificio dell’immagine».
Il suo personaggio incarna il valore salvifico della cultura...
«Questo è un momento di titoli più che di articoli, di immagine più che di contenuto, ed è bello che il prof sia un portatore sano di cultura. È bravo anche perché sa che “chi pensa deve agire”, come si legge in una scritta che compare nel film».
Oggi sembra che i titoli di studio siano un demerito.
«Mi spaventa molto che non ci siano competenze politiche anche in ruoli chiave del governo. Sembra che basti farsi portavoce di un malessere, cercare consenso, ma non so quanto potrà durare questa bolla fatta di promesse e rassicurazioni emotive».
Il prof diventa nel film una figura paterna. Che significa essere padre?
«È una domanda difficile. Credo un padre non debba arroccarsi nella figura astratta dell’educatore che impone le sue leggi, ma stare in ascolto per capire le esigenze dei figli».
In Andrea Carpenzano ha ritrovato qualcosa di lei agli inizi?
«Io voglio fare l’attore da quando avevo 6 anni, lui ci è finito per caso e ancora non sa se continuare, ma ho riconosciuto in lui lo sguardo da neofita sulle cose del set, lo stesso che avevo io al mio primo film in America con Pupi Avati (Fratelli e sorelle, ndr). Era come se vedessi finalmente il mistero del cinema svelarsi davanti a me».
Lei, nella vita, che rapporto ha con lo sport?
«Non seguo il calcio e lo sport preferisco praticarlo piuttosto che guardarlo, amo darmi degli obiettivi, allenarmi. Ora con il mio personal trainer mi sto preparando per l’Half Ironman».
Sul set ora è impegnato con Ozpetek...
«È un regista che amo, sa mantenere un approccio poetico e concreto insieme. Stiamo girando una bellissima commedia umana, La dea della fortuna».
 
Giovedì 18 Aprile 2019, 07:30
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