A Cannes è Tarantinomania per C'era una volta a... Hollywood
di Michela Greco

A Cannes è Tarantinomania per C'era una volta a... Hollywood

Esattamente 25 anni fa Quentin Tarantino irrompeva nel cinema mondiale con Pulp Fiction: una Palma d'Oro e sette nomination agli Oscar (di cui uno vinto) per consacrare l'esplosione di un autore - già affacciatosi sulla Croisette qualche anno prima con Le iene - capace di trasformare il suo ricchissimo bagaglio di cinefilo in una forma nuova, esplosiva, di racconto, in cui la violenza aveva sempre un ruolo da protagonista. Ieri è stato il giorno in cui il regista ha finalmente svelato - non senza prima aver pregato i festivalieri di non guastare la festa agli altri con gli spoiler, con i fan impazziti per lui e i suoi divi sulla Montée des Marches - il suo film numero nove, il primo della sua era post-Weinstein, preceduto da enormi aspettative. Grazie al titolo C'era una volta... a Hollywood, che evoca Sergio Leone, uno dei suoi grandi maestri. Grazie alle star Leonardo DiCaprio, Brad Pitt e Margot Robbie (oltre che Dakota Fanning, Al Pacino, Kurt Russell, Bruce Dern, Emile Hirsch e il recentemente scomparso Luke Perry). E grazie all'ambientazione: quel 1969 in cui Sharon Tate (moglie di Roman Polanski, allora incinta) fu uccisa nella strage di Cielo Drive dai ragazzi di Charles Manson. Un evento spartiacque, dopo il quale Hollywood non fu più la stessa. Il nuovo film di Tarantino, che arriverà nelle sale italiane il 19 settembre, è una grande celebrazione di quell'epoca perduta, con una ricostruzione eccelsa che immerge all'istante nel mood vintage dell'età dell'oro di Hollywood. Rick Dalton/DiCaprio è un divo ossessionato dalla sua immagine e dalla paura che tutto finisca. Sbruffone sullo schermo, spaventato fino alle lacrime fuori. Cliff Booth/Pitt è colui che "si assume il carico" delle sue paure. Controfigura sul set, autista e tuttofare nella vita. Intorno un tripudio di sorrisi smaglianti di cowboy senza macchia e cattivi monolitici, che Tarantino innesta in un pozzo senza fondo di omaggi, citazioni e nostalgie, in cui trovano posto Bruce Lee e Steve McQueen, Sergio Corbucci e Antonio Margheriti.
D'altronde anche Frémaux lo aveva detto: C'era una volta... a Hollywood è il lavoro più personale di Tarantino. Un monumento a tutto ciò che ha nutrito la sua infanzia e uno sguardo malinconico su un tempo ormai lontano che si riassume nella figura di Bruce Dern, rimasto a presidiare un set western ormai invaso dagli hippy e, nel frattempo, diventato cieco. Un passato che Leo e Brad ricostruiscono pezzo per pezzo osannando mitici show tv circondati da schermi piccoli e grandi, da locandine e icone, in un corto circuito in cui gli attori, Sharon Tate compresa, non fanno altro che riguardare loro stessi. C'era una volta... a Hollywood marcia lento - forse troppo - verso un climax finale magari non sorprendente ma sicuramente esaltante, che restituisce nuova speranza nel futuro del cinema.
 
Mercoledì 22 Maggio 2019, 07:33
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