Almodovar e Swinton, in scena ripescando Cocteau: «The Human Voice? Un'altra donna sull'orlo di una crisi di nervi»
di Alessandra De Tommasi

Almodovar e Swinton, in scena ripescando Cocteau: «The Human Voice? Un'altra donna sull'orlo di una crisi di nervi»

Due Premi Oscar per 30 minuti di pura poesia: arriva oggi in sala The Human Voice, diretto da Pedro Almodovar e interpretato da Tilda Swinton, dopo l’anteprima alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.


Il racconto, girato in pandemia e ispirato dalla pièce teatrale di Jean Cocteau, segue la protagonista nell’angosciante attesa del suo ex amante, che le ha promesso di passare a casa per prendere le sue cose. «Il personaggio – spiega il regista – è una donna sull’orlo di una crisi di nervi in una commedia delirante: sola e abbandonata, a parte un cane, aspetta una telefonata che non arriva».

 

 

L’attrice e musa di questo progetto sembra al settimo cielo: «Non vedevo l’ora di lavorare con questo cineasta brillante, mi pare un sogno esserci riuscita». 

 


Questa coppia insolita di artisti ha trovato “un equilibrio nella follia. Non è forse questo il mistero del cinema? – continua questa splendida 60enne – Ci spinge a metterci nei panni degli altri in un atto di fede incredibile”. «Uno slancio reciproco – le fa eco Almodovar – mi sono affidato a lei quando la sceneggiatura che ho scritto in spagnolo è stata tradotta in inglese. Le ho detto di farla sua, di rielaborarla e, se voleva, anche cambiarla. Ne è nata una musicalità diversa ma che mi ha reso felice».


La vicenda, una gigantesca metafora della solitudine, prende vita e colore tra queste mura domestiche sgargianti, dalle tonalità accese e dalle simmetrie meticolose, marchio di fabbrica di quest’eccentrico filmmaker. «Lo considero un capriccio – parole sue – ma volevo tornare alle origini teatrali, mostrare un ambiente platealmente finto, in un esperimento quasi sociologico e molto personale, che prende in mano il dolore di questa figura femminile e lo fa suo. Non è quello che sta succedendo a tutti con il lockdown?».


«Siamo relegati nelle mura domestiche - continua Almodovar - e allora ho voluto dare un contributo, con un’opera di finzione e d’arte che facesse compagnia al pubblico. La cultura ora più che mai si rende necessaria, come pilastro fondamentale della nostra esistenza».

 

 

«Di solito la casa - prosegue il regista - rappresenta la protezione e il conforto, qui invece è quasi un luogo di reclusione e se ci pensiamo bene di questi tempi siamo tentati di cercare così, in modo sedentario, anche l’amore. A me, invece, sembra pericoloso, ecco perché il ritorno al cinema risulta necessario, un’avventura in cui ti vesti, esci e ti siedi tra sconosciuti al buio. I greci la chiamano catarsi, quell’atto di emozionarsi e piangere con altre persone, e trovo che non ci niente di più squisitamente umano”.


Ultimo aggiornamento: Giovedì 13 Maggio 2021, 08:24
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