Helen Mirren, Orso d'Oro alla carriera a Berlino: «In ogni film ho sempre detto la mia»
di Alessandra De Tommasi

Helen Mirren, Orso d'Oro alla carriera a Berlino: «In ogni film ho sempre detto la mia»

 Dame Helen Mirren è in quella fase celebrativa della vita in cui si ricevono i riconoscimenti per i meriti artistici di un’esistenza intera. Dopo la Ninfa di cristallo al Festival della TV di Monte-Carlo arriva un altro prestigioso riconoscimento alla carriera, l’Orso d’oro alla 70° Berlinale. Per ritirarlo con tutti gli onori del caso ha chiesto due giorni di permesso dal set ed è volata nella capitale tedesca con la solita grazia che la contraddistinguere per ripercorrere i ruoli cult del suo percorso davanti alla macchina da presa.

Quando è arrivata la svolta che poi l’ha portata all’Oscar?
«Il primo giorno di riprese dell’episodio finale della serie tv Prime suspect. È sempre stata mia tradizione arrivare in anticipo alle prove, presentarmi a tutti e accoglierli sul set perchè può intimidire arrivare in luogo nuovo dove gli altri si conoscono già. Il produttore era in un angolo della sala a gustarsi la scena, mi ha raggiunto e mi ha detto: “Ma lo sai che ti trattano come una regina?”. E da lì ha avuto l’idea di The Queen».

Le somiglia?
«Da giovane, per via del naso forse, somigliavo di più alla Principessa Margaret».

Quanto pesa la corona?
«A me è pesato molto di più vedere il guardaroba di Elisabetta II. Mi sono messa le mani dei capelli: lei non ha alcuna vanità, si veste semplicemente come le dicono di fare. L’unica cosa che desiderava veramente fare era uscire con i suoi cani».

Le piace cambiar pelle con i costumi?
«Non solo mi piace, lo adoro! Quando nel film Il cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante mi hanno mostrato il look di Georgina firmato da Jean Paul Gaultieri mi sono messa a saltare e urlare per la gioia: anche se era all’inizio della carriera, ha realizzato creazioni straordinarie».

Nella sua carriera non si è tirata indietro neppure davanti ai nudi. Da dove viene questa disinvoltura?
«Non dico sia divertente essere l’unica donna nuda in un set pieno di uomini, forse non è mai neppure necessario, ma all’epoca non c’era l’intimacy coach purtroppo».

Come si fa allora?
«Serve una minuziosa coreografia della scena, come dice sempre mio marito (il regista Taylor Hackford, ndr.) e d’altronde l’ha dimostrato in una delle scene più sensuali del cinema, in Ufficiale e gentiluomo. In questi casi non puoi assolutamente improvvisare».

Come sceglie i progetti?
«Mi baso su due criteri, l’istinto e il cuore. Solo in questo modo si ottiene del buon materiale. E comunque, fin da giovane, qualunque sia il progetto ho imparato a dire sempre la mia. In quel lungo venerdì santo, per esempio, ero solo inesperta e naÏve e mi presentavo al regista riscrivendo parti del copione per dare più spessore al ruolo della donna. Ero una rompiscatole di quelle serie, ma non potevo sopportare di fare la pupa del boss e starmene in disparte. Siccome era una produzione low budget mi hanno lasciata fare... E con il senno di poi forse non sono cambiata poi tanto in questi ultimi 40 anni...»
Ultimo aggiornamento: Giovedì 27 Febbraio 2020, 08:17
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