Il regista di Avengers, Joe Russo: «Il cinema sta morendo, il futuro sono le serie tv e la realtà aumentata»
di Paolo Travisi

Il regista di Avengers, Joe Russo: «Il cinema sta morendo, il futuro sono le serie tv e la realtà aumentata»

Abruzzesi e siciliane sono le origini di Joe Russo, regista che può vantare almeno quattro blockbuster del mondo Marvel nel suo curriculum da regista, tra cui Avengers: Endgame, il film co-diretto (come tutte le altre opere del resto) insieme al fratello Anthony, che per alcuni mesi è stato il primo incasso al mondo con una cifra stellare, poco poco sotto i 2,8 miliardi dollari, per poi essere superato per qualche spicciolo da Avatar di James Cameron.

 

Joe Russo, ospite della 7° edizione del MIA, Mercato Internazionale Audiovisivo, in programma a Roma fino al 17 ottobre, è tra i registi e produttori più importanti di Hollywood, attivo sia nel cinema ma che nella serialità televisiva. Sono passati tra le sue mani, due capitoli di Captain America, Avengers, Cherry uscito su Apple TV nel 2021 ed attualmente in produzione alla regia di The Grey Man che uscirà nel 2022.

 

I suoi esordi al cinema, che risalgono al 2002 con Welcome to Colinwood, sono iniziati con un omaggio al capostipite della commedia all'italiana, I Soliti Ignoti, perché?

«Il cinema itailano ed il neorealismo hanno influenzato me e mio fratello, così come Antonioni, Fellini, insieme alle commedie di quell'epoca che erano molto potenti, I soliti ignoti per noi era divertente e triste allo stesso tempo, e noi abbiamo amato queste due emozioni insieme. Ci è sembrato un film perfetto da ambientare a Cleveland dove siamo cresciuti, una città con una struttura socio-economica simile, con tanta povertà».

 

Cherry, uno dei suoi ultimi film, è un'opera sperimentale dal punto di vista visivo, è drammatico, ma contiene anche molti generi al suo interno. Farete altri film di questo tipo?

«Ci è piaciuto molto, ma ha un lato dark che non lo rende adatto a tutti, ma volevamo sperimentare, perché io ho quattro figli dai 15 ai 25 anni che sono infliuenzati dai social media, consumano i contenuti in modo diverso da noi adulti. Quindi abbiamo pensato che la storia dovesse raggiungere questa generazione, che ha molte difficoltà, volevamo comunicare con loro, per questo la storia è suddivisa in diversi stili anche a livello visuale. In un certo modo ci ha aiutato a pensare come loro».

 

Le serie tv stanno cambiando il modo di fare cinema?

«La tecnologia sta cambiando molto il modo di realizzare i film, spesso non si deve viaggiare così tanto come prima, sicuramente lo streaming digitale è il futuro, la pandemia ha solo spinto il cambiamento, i giovani per due anni hanno visto serie tv, per cui c'è una connessione emotiva con loro. Dobbiamo ricordare che andare al cinema è un privilegio, costa andare al cinema e invece con lo streaming in molti possono accedere a più storie, a più contenuti, per questo non credo che si tornerà indietro. Il cinema non sarà del tutto schiacciato, ma deve evolvere, ed i grossi film hanno il compito di farci uscire di casa».

 

Anche i compensi delle artiste devono evolvere?

«Sono tempi complicati, il contenuto è il re e l'era delle star del cinema è ormai passato. Le generazioni x e y quando vanno al ristorante sono più interessate al cibo che a Robert De Niro, per loro il cambiamento è già iniziato e questo avviene anche nei contratti economici con gli attori e le attrici, come dimostra anche il caso di Scarlett Johannson con la Disney».

 

Lei ha diretto Avengers: Endgame, il film con un incasso enorme, ma parlando di cinema non crede che se verranno prodotti solo film di questo tipo, del genere Marvel, allora i contenuti si impoveriranno e ci sarà sempre meno gente disposta ad andare al cinema?

«E' corretto, ma siamo in un periodo di transizione. Se nei secoli scorsi la pittura era l'arte dominante, nel Novecento è stato il cinema, ma adesso ci sono nuovi modi di raccontare le storie che neanche possiamo immaginare. Le nuove generazioni non condividono le stesse nostre emozioni in merito a certe storie; preferisco essere onesto riguardo al futuro, i soldi ci sono e sono disponibili per raccontare storie, anche più personali, ma con più soldi del passato e meno supervisione dei contenuti. Squid Game su Netflix, è uno show molto costoso, ma ha un modo di raccontare le storie radicale, quindi significa che c'è più spazio per le voci regionali al di fuori di Hollywood, questo è l'aspetto più importante di quello che sta accadendo. Se la morte del cinema porta a più voci locali, allora che sia benvenuta».

 

Lei si sta occupando anche di serie tv, nel suo futuro ci sarà ancora spazio per il cinema e la Marvel?

«Penso che mi occuperò di entrambi, perché i film si reinventeranno, magari saranno disponibili solo per pochi giorni poi andranno sulle piattaforme, come il caso di Black Widow. Marvel racconta storie di tipologie diverse e raccoglie un pubblico eterogeneo, pensiamo a quante storie è riuscito a raccontare il western. Hanno un codice più facile da capire dal pubblico. A me piace comunicare su larga scala e dunque se ci sarà una giusta storia perché no, ora stiamo pensando ad altro». 

 

Ed il sodalizio con suo fratello resterà tale a livello professionale?

«Si lavoreremo insieme finché si potrà lavorare. Crediamo nella teoria del Mastermind, che dice che due menti rappresentano la crescita esponenziale del potere di una sola mente, siamo più forti insieme».

 

Come immagina il futuro del cinema?

«Raccontare storie mi attira di più quando è immersivo, il pubblico ama queste emozioni, il forte coinvolgimento come avviene con i film Marvel. Penso che la realtà virtuale e quella aumentata sono il futuro, cose che sono sconvolgenti e difficili da capire ora, che non sapremo dove ci porterà domani. Pensiamo agli occhiali da indossare e non abbiamo neanche grattato la superficie di ciò che accadrà».


Ultimo aggiornamento: Giovedì 14 Ottobre 2021, 21:15
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