Paolo Genovese: «Il primo giorno della mia vita? Una nuova chance per salvare chi vuole uccidersi»

Paolo Genovese: «Il primo giorno della mia vita? Una nuova chance per salvare chi vuole uccidersi»

di Alessandra De Tommasi

Toni Servillo ha una missione (impossibile?) e sette giorni per compierla: quattro persone hanno tentato il suicidio o si sono tolte la vita e lui deve convincerle a ripensarci. Di questo limbo favolistico parla Il primo giorno della mia vita, tratto dal romanzo omonimo edito da Einaudi e in arrivo in oltre 400 sale giovedì 26. È il nuovo progetto di Paolo Genovese, che intanto si gode gli oltre 20 remake di “Perfetti sconosciuti” e si aggiudica una menzione d’onore nella serie “Sky Call my agent – Italia”. A causa della pandemia Roma sostituisce New York come ambientazione. Peccato, perché – come svela il regista all’incontro con la stampa – Paul Giamatti aveva letto il copione e si era innamorato del ruolo del life coach apatico Napoleone. Lo ha interpretato poi Valerio Mastandrea, che confessa: «Lui è il più buio del gruppo e mi ha messo a disagio: non lo capisco e non sono riuscito, come invece mi capita spesso, ad avvicinarmici in maniera naturale. Ho avuto pudore nel raccontare quel senso inspiegabile di perdita». Una sfida impegnativa anche fisicamente, per le scene «girate a gennaio, di notte e sotto la pioggia»: in una ha recitato un monologo di quattro minuti su un ponte, di spalle, con una muta per ammortizzare il freddo. All’ultimo però si è voltato per guardare Servillo e lo ha visto ingoiare acqua a secchiate ed è scoppiato a ridere. Ha suscitato l’ira bonaria del collega che ha sbottato in un «No, guagliò!».


Una parentesi tragicomica nel dietro le quinte che però racconta benissimo il tono della storia: Margherita Buy veste i panni di Arianna, poliziotta e madre in lutto; Sara Serraiocco quelli di Emilia, ex-campionessa di ginnastica artistica, e Gabriele Cristini quelli di Daniele, bambino da 900mila follower, famoso per le abbuffate social di cibo.


Si parla di seconde possibilità, nostalgia e felicità: «Lo spunto – spiega Genovese – è arrivato dal documentario The Bridge, con una telecamera fissa per un anno sul Golden Gate di San Francisco, il ponte con il maggior numero di suicidi. Chi si è salvato è stato intervistato e ha ripercorso i 7 secondi prima dell’impatto con l’acqua. In quel breve lasso di tempo tutti hanno avuto un ripensamento e mi sono chiesto se questa scelta estrema potesse essere evitata. Come ci si può salvare?». Gli fa eco Margherita Buy: «Ognuno può aver pensato che il dolore fosse troppo da sostenere. Io non do giudizi, anzi penso che in questo siamo liberi, ma il tema è scomodo, un tabù che non si affronta mai e invece quando se ne parla ci si aiuta a vivere meglio». Nel film il suicidio - conclude Mastandrea - è affrontato comunque senza la pretesa «di essere depositari di verità o indicatori di soluzioni».


Ultimo aggiornamento: Martedì 24 Gennaio 2023, 08:18
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