Spike Lee al Festival di Cannes: «Alziamo la voce con i governi gangster»

Spike Lee al Festival di Cannes: «Alziamo la voce con i governi gangster»

Casco ben allacciato sulla testa, in sella alla sua mountain bike, Spike Lee gironzola per la Croisette e si concede qualche selfie. In effetti di motivi per festeggiare ne ha più di uno, a partire dalla celebrazione del primo presidente di giuria di colore al Festival di Cannes: per questo titolo ha aspettato oltre un anno – a causa della cancellazione della scorsa edizione – ma poi è stato ripagato con il faccione in primo piano sulla locandina della kermesse francese.

 

Un amore reciproco, evidentemente, visto che in conferenza stampa si è presentato con un completo nero pieno di scritte bianche con il nome “Paris”. Non che sia sempre stato così perché ancora brucia la mancata vittoria per "Fa’ la cosa giusta", nel 1989.

 

Per bilanciare tutte le restrizioni sanitarie e la forma ridotta della manifestazione, si punta tutto sull’eccezionalità di alcune scelte, inclusa una maggiore presenza femminile rispetto alla controparte maschile nella giuria (5 a 3, per l’esattezza). Il festival compete con gli Europei di calcio, con una cerimonia d’apertura in contemporanea con la semifinale gloriosa Italia-Spagna.

 

Tornando al signor Presidente, Spike Lee ha pazientemente atteso tre anni dalla fatidica chiamata con l’invito: «Ne è valsa la pena – ha detto – ne sono onorato». Cosa ne dice allora del braccio di ferro tra Cannes e Netflix? Il regista ha di recente girato per la piattaforma Da 5 Bloods e diplomaticamente risponde: «Sala e streaming coesistono tranquillamente. Basti pensare che un tempo si temeva che la TV avrebbe ucciso il grande schermo e non è successo, quindi niente di nuovo».

 

Su Fa’ la cosa giusta non può evitare un commento al vetriolo: «All’epoca mi hanno accusato d’istigare alla violenza e oltre 30 anni dopo siamo ancora qui ad assistere a morti brutali come quella di George Floyd (lo chiama king, re, ndr.). I neri vengono cacciati come fossero animali, come infatti ho raccontato nel film con la storia di Radio Raheem, tragicamente sempre attuale».

 

Quando una giornalista gli racconta le brutalità subite di recente nella sua nazione d’origine, la Georgia, ai danni della comunità LGBTQ+ in sala cala un silenzio assoluto e Spike Lee risponde: «Siamo governati da gangster senza morale né valori, ecco perché è fondamentale alzare la voce per farsi ascoltare. Non siamo qui solo per fare critica cinematografica, ma per usare la scrittura al servizio di storie che dicano la verità su questi soggetti».

E chiude con un ricordo buffo della sua presenza a Cannes (la prima è stata con Lola darling, l’ultima nel 2018 con BlacKkKlansman, vincitore del Grand Prix). «Il mio momento preferito però – parole sue – non ha niente a che vedere con la prima cinematografica. Durante il festival ho volato da Nizza a New York andata e ritorno per assistere alla partita di basket dei Knicks che erano in grandissima forma e disputavano la finale. Peccato non aver vinto».

 


Ultimo aggiornamento: Mercoledì 7 Luglio 2021, 09:50
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