Favino: «Il mio Buscetta, Traditore romantico e manipolatore»

di Michela Greco
CANNES - «Un piccolo uomo che ha dignità da vendere». Il “boss dei due mondi” Tommaso Buscetta, il primo grande pentito di mafia che incrinò definitivamente l’equilibrio dei rapporti tra Stato e mafia, ne Il traditore di Marco Bellocchio - così come faceva nella realtà - si attribuisce onore e moralità. Afferma soprattutto una cosa, nei primissimi piani di un impressionante Pierfrancesco Favino: «Sono loro che hanno tradito Cosa Nostra, non io». Avventuratosi nella scivolosa impresa di ritrarre un uomo di mafia carismatico e manipolatore, Bellocchio non nasconde la fascinazione che ha subìto, ma da cui non si è lasciato intrappolare: «Buscetta non era un eroe, ma era un uomo coraggioso, uno che rischiava la propria vita ma non voleva essere ucciso. Era un traditore conservatore, che non pensava di cambiare il mondo ma voleva difendere il suo passato».

Al cinema da ieri - nell’anniversario della strage di Capaci - e in concorso a Cannes, dove è stato accolto con 13 minuti di applausi, Il traditore affronta questa biografia fuori dal comune da una prospettiva piuttosto inedita per il regista: «La mia vita privata, apparentemente, è del tutto estranea a questa storia, a Palermo, ai morti ammazzati. La mia preoccupazione era quella di non fare un film convenzionale, ma era necessario che questo fosse un racconto popolare».

Obiettivo raggiunto, ma senza voltare le spalle a una poetica fatta di fughe visionarie e legami familiari incandescenti. Perché questo Traditore sente di aver tradito, più di tutti, i suoi figli. «Ciò che sappiamo di Buscetta è ciò che lui voleva sapessimo. Buscetta era un fine stratega della comunicazione», ha detto Favino, che per il ruolo ha preso 9 chili, «perché il fisico rimanda a una ruralità della mafia poco raccontata». Incarnandone con intensità straordinaria il fascino e l’ambiguità, la ferocia criminale e l’amore familiare, con picchi altissimi nei duetti che si consumano tra lui e Fausto Russo Alesi (Giovanni Falcone) e Fabrizio Ferracane (Pippo Calò), e in molte sequenze che si consumano in quel teatro che è il maxi processo, l’attore si candida per un premio sulla Croisette. «Condivido con lui il romanticismo, un certo idealismo e l’amore per la famiglia - ha detto Favino - Mi sono domandato a cosa credere: di sicuro non credo alla sua amicizia con Falcone, anzi penso che il giudice sia stato l’unico capace di manipolarlo. Tra loro non c’era amicizia, ma rispetto siciliano».
 
Venerdì 24 Maggio 2019, 07:40
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