E' stata la mano di Dio, la recensione del nuovo film di Paolo Sorrentino incanta il Festival
di Alessandra De Tommasi

E' stata la mano di Dio, la recensione del nuovo film di Paolo Sorrentino incanta il Festival

Ci vuole “cazzimma” per fare un film come È stata la mano di Dio, il nuovo lungometraggio presentato in concorso alla Mostra internazionale del cinema di Venezia (1-11 settembre), in sala dal 24 novembre e su Netflix dal 15 dicembre.

 

E Paolo Sorrentino ne ha in abbondanza.

 

Difficile tradurre questo termine napoletano perché chiamarlo “coraggio”, “fegato” o “incoscienza” non renderebbe l’idea. Il suo non è un salto nel buio ma un tuffo nel passato, al preciso momento – negli Anni Ottanta – in cui ha perso madre e padre in un incidente domestico quand’era un adolescente. È lì che è finita la sua giovinezza e che è iniziata l’età adulta: il lutto, anzi il trauma non solo ha forgiato l’uomo e il cineasta che ci troviamo oggi di fronte, ma ha creato una specie di loop che rivive quel periodo e che dev’essere elaborato e, probabilmente romanzato attraverso una sceneggiatura, per trovare pace.

 

Che la serenità dei sensi venga associata alla sua fede calcistica non è un mistero e infatti il ragazzino protagonista del film, il suo alter ego, Fabietto (la talentuosissima scoperta Filippo Scotti), tocca la felicità in terra quando il Dio del pallone Maradona gioca nel Napoli.

 

Il periodo di massima gioia da tifoso coincide – ironia della sorte – con la pagina più buia della storia personale.

 

Il regista Premio Oscar affida al suo attore di riferimento Toni Servillo il ruolo del padre Saverio mentre la moglie Maria è interpretata da Teresa Saponangelo, con cui non aveva mai lavorato prima. La sceneggiatura – racconta – l’ha scritta alla velocità della luce perché le parole erano tutte lì, cristallizzate negli stessi ricordi vissuti all’infinito.

 

Il film ha due toni molto distinti: inizia con la spensieratezza delle riunioni familiari – con personaggi irresistibili e talmente surreali da risultare veri – per poi cambiare totalmente mood quando la morte getta un’ombra su parenti e amici.

 

C’è una zia esuberante che vede San Gennaro, un cugino truffaldino che fa soldi in maniera illecita e una specie di matrona in pelliccia nelle estate campane che azzanna la mozzarella di bufala con le mani e si diletta in insulti degni dei peggiori bar di Caracas.

 

L’affresco umano è ricco e variegato e spazia nelle sfumature più diverse, in un quadro di squisita eleganza ma senza la solita ricercatezza stilistica. Qui non c’è nulla che distragga lo spettatore dalle emozioni polarizzate dei personaggi ed è giusto così.

 

È stata la mano di Dio è un’autentica meraviglia, di quelle che rapisce e lascia senza parole, tra citazioni già cult come “Tutti i posti cafoni hanno l’aria buona”, una perla di saggezza della Baronessa, l’austera vicina di casa dei protagonisti. Per non parlare degli ambienti partenopei, potentissimi personaggi della storia che vivono di dettagli, come la presenza di una statuetta di Padre Pio in una vaschetta del bagno.

 

C’è tanto cuore, ma anche tanto cinema, tra i provini di Federico Fellini e l’incontro con il regista Antonio Capuano (l’unico ad esser citato con il suo nome vero). Fabietto, infatti, ha deciso, in maniera disincantata, che “la realtà è scadente”, meglio rifugiarsi nel porto franco della settima arte dove si può riscrivere e abbellire quello che non piace.

 

Il film ha toni brillanti, parentesi sensuali, picchi di grande profondità e fa oscillare il pubblico - per usare una metafora sportiva – tra l’esultanza di un goal e il trauma di un rigore negato. La partita qui non è aperta, Sorrentino l’ha già vinta. E con uno schieramento nuovo in campo.


Ultimo aggiornamento: Giovedì 2 Settembre 2021, 23:50
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