Dune: filosofia, azione e fantascienza. A Villeneuve riesce il "film impossibile"
di Michela Greco

Dune: filosofia, azione e fantascienza. A Villeneuve riesce il "film impossibile"

ROMA - Se c’è qualcuno capace di creare la perfetta armonia tra riflessione filosofica e magniloquenza spettacolare, di rifondare stupefacenti mondi fantascientifici a partire da modelli più che abusati, quello è Denis Villeneuve. Dopo l’affascinante, profonda immersione di Arrival nell’astrazione del linguaggio e l’ottima reinterpretazione del cult Blade Runner a favore di un nuovo pubblico, il regista canadese accoglie la sfida estrema con Dune, il romanzo (anzi la saga) “impossibile” di Frank Herbert. 
Uscito nel 1965, all’origine di innumerevoli suggestioni cinematografiche (tra cui Star Wars) e dei due tristemente noti lavori di David Lynch (film del 1984 dall’esito disastroso) e di Alejandro Jodorowsky (ambiziosissimo progetto naufragato prima di compiersi a metà degli anni 70), il corpus letterario di Dune è una montagna altissima da scalare. E Villeneuve non ne ha avuto paura. Archiviato il fastoso sbarco a Venezia del cast stellare (e per tutti i gusti) composto da Timothée Chalamet, Zendaya, Oscar Isaac, Rebecca Ferguson, Josh Brolin e Javier Bardem, Dune arriva oggi in sala e incorona definitivamente il giovane attore di Chiamami col mio nome, baciato dal glamour e dal talento. Chalamet incarna infatti con eleganza e tensione il travagliato percorso identitario del principe Paul Atreides, figlio del sovrano Leto (Oscar Isaac) e della sacerdotessa guerriera Lady Jessica (Rebecca Ferguson), dotato di forze misteriose e destinato a un grande futuro. 
Come in ogni racconto di formazione che si rispetti, Paul non sa chi è, cerca la sua voce. Si muove incerto nel caos di una faida intergalattica e nella sua personalissima confusione, là dove Villeneuve ha costruito un maestoso crocevia narrativo intorno al vagheggiato pianeta di Arrakis, su cui si trova la Spezia, la risorsa più preziosa delle galassie. 
Dune mantiene intatta la complessità di un racconto che evoca il disastro ecologico e le spinte messianiche, che denuncia la violenza del colonialismo e ribadisce la sacralità della natura (i nativi Fremen sono esseri “in sintonia col deserto”). Tutti i temi – giganteschi – proposti dal testo originale, che Villeneuve permette di esplorare senza perdersi, e persino godendosi il paesaggio. Ma rimanendo sospesi a metà di una strada, quella in cui si conclude questa “Parte I”.


Ultimo aggiornamento: Giovedì 16 Settembre 2021, 08:19
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