Dev Patel protagonista del film "Attacco a Mimbay" drammatico parallelo con la strage in Sri Lanka
di Alessandra De Tommasi

Dev Patel: «Per il film "Attacco a Mumbay" ho vissuto con i sopravvissuti»

Dev Patel ha guardato la morte in faccia, nella finzione del film Attacco a Mumbai (in anteprima al Festival di Toronto e dal 30 aprile nelle sale). Non avrebbe mai immaginato che il racconto dell’attentato del 2008 al Taj Mahal Palace Hotel nella città indiana sarebbe tornato drammaticamente attuale dopo la strage jihadista in Sri Lanka.
Quale lezione ha imparato dal film?
«La resilienza: tutti i sopravvissuti si sono rimboccati le maniche. In ginocchio, sì, ma non spezzati. Non hanno accettato quella barbarie piangendosi addosso, ma hanno prima ricostruito l’hotel e poi innalzato un monumento alle vittime».

Ha incontrato alcuni di loro?
«Certo, ho parlato con lo staff e ho parlato a lungo con lo chef, a oltre dieci anni di distanza soffrono ancora. È impossibile dimenticare una simile violenza».
Si sentiva al sicuro?

«In realtà durante le riprese molti luoghi della città erano obiettivi sensibili ma io volevo a tutti i costi esserci, far parte di quella testimonianza e lanciare un messaggio forte: non si può restare a guardare da lontano».

Dov’era ai tempi dell’attacco?
«A Londra e mi si è letteralmente spezzato il cuore, sono entrato a casa e ho visto i miei genitori, muti, davanti alla tv: guardavano bruciare la loro città. È stato tremendo».

Quando ha ottenuto il ruolo?
«Mi sono messo a ballare, da solo, in hotel a Los Angeles. Ero tesissimo, avevo i nervi a fior di pelle perché avevo appena incontrato il regista, Anthony Maras. Le sette ore d’attesa tra il meeting e la conferma della parte sono durate un’eternità».

Perché?
«Ho sentito la responsabilità del personaggio. Voglio fare la mia parte per educare il pubblico a conoscere e apprezzare la cultura sikh a cui appartengono, mostrare il valore positivo della diversità. La mia comunità è sotto rappresentata e spesso vittima di stereotipi. C’è troppa paura nel mondo oggi, ma l’informazione corretta e l’istruzione possono aiutare ad affrontarla. A scuola spesso mi sono sentito fuori posto, un alieno, ma poi sono stato in India e ho capito le mie radici».

La recitazione
«Me l’hanno consigliata gli insegnanti, perché ero un bambino iperattivo. Poi ci ho preso gusto ed è diventato qualcosa di più di un gioco».

È giovanissimo eppure vanta una carriera di spessore: quanto conta la fortuna e quanto il talento?
«A 17 anni, con The Millionaire, ero sul red carpet con artisti come Dustin Hoffman. La fama è arrivata in fretta, non ero pronto, ma da allora ho cercato di guadagnarmi il diritto di far parte di questo mondo. Ai complimenti ancora non so reagire, preferisco essere bistrattato, anche dai registi, solo così posso migliorare».
riproduzione riservata ®
Martedì 23 Aprile 2019, 04:50
© RIPRODUZIONE RISERVATA