“C'era una volta a...Hollywood”: la prima a Roma con Tarantino, Di Caprio e Margot Robbie

video
di Paolo Travisi

C’era una volta a…Hollywood. Quentin Tarantino rimescola di nuovo i generi e la storia. E lo fa omaggiando l’industria di cui fa parte, Hollywood, il cinema a cui da sempre si è ispirato, lo spaghetti western, raccontando - di taglio - la vicenda che sconvolse l’America sul finire degli anni Sessanta, l’omicidio di Sharon Tate, moglie di Roman Polanski, per mano della setta guidata da Charles Manson. Ma come aveva già fatto in Bastardi senza gloria, Tarantino, si nutre di pezzi di storia, facendo la sua di storia e cambiando il corso degli eventi. Senza andare oltre, per non toccare la zona spoiler, Tarantino prende due personaggi del cinema, Rick Dalton, attore di serie tv, specializzato in western e parti secondarie, interpretato da Leonardo Di Caprio e Cliff Booth, cioè Brad Pitt, stuntmen di Dalton, ma sempre più suo fattorino e tuttofare, man mano che il cinema si dimentica di lui. Ma anche di Dalton, stella del cinema mai esplosa, anzi rimasta in quel limbo di attori di serie B, di cui Hollywood è popolata, divisi tra la bottiglia di alcol e la ricerca disperata del ruolo della vita. Magari incontrando il vicino di casa, il grande regista polacco, Roman Polanski, e la moglie Sharon Tate, interpretata da Margot Robbie

Parte del cast è venuto a Roma, al Cinema Adriano, per presentare C’era una volta a…Hollywood (nei cinema dal 18 settembre), Tarantino, Di Caprio e la protagonista femminile, manca solo Brad Pitt. La conferenza stampa inizia con l’attore premio Oscar, che racconta del suo personaggio, un attore vicino alla decadenza, dimesso, impaurito. “La sceneggiatura era brillante, riflette la cultura di Hollywood che cambia, anche come industria, e racconta la vita di due persone che cercano di sopravvivere. Ho parlato molto con Tarantino per ritrarre l’anima dei personaggi in pochi giorni della sua vita. Un attore che in fondo non era molto felice di fare quel lavoro, che apriva la strada a nuove generazioni di protagonisti, quindi abbiamo pensato a battute, atteggiamenti, forse è anche bipolare, angosciato dalla sua mortalità” sottolinea Di Caprio che non ha perso occasione di lodare le qualità cinematografico del regista. “Quentin è un cinefilo, conosce non solo tutto il cinema, ma la musica, la tv ed io sono entrato in quell’epoca, e nei western, che ho sempre visto con piacere. Tarantino ci ha portato dentro, ricerca tante cose che col tempo sono state dimenticate”. Leonardo Di Caprio, nella sua carriera ha, dai tempi di Titanic, lavorato con i registi più importanti, fino alla consacrazione dell’Oscar in Revenant. Ed in conferenza stampa parla del suo cammino professionale “Sono cresciuto guardando film e non ho mai pensato di poter fare quello che facevano i miei eroi. Ma ho sempre cercato di migliorare, di lavorare con registi che possano trasformare le sceneggiature, che mi facciano recitare bene e far sentire anche il pubblico parte del film”.

Tarantino, che sin dal titolo del film omaggia il western di Sergio Leone e gli spaghetti-western, tanto che nella finzione fa recitare il personaggio di Di Caprio con Sergio Corbucci, torna a parlare dell’importanza del film di genere. “Amo i film di genere e sono appassionato dei b-movies, ho sempre amato il modo in cui gli italiani hanno sviluppato il western, la commedia sexy all’italiana, i polizieschi, gli italiani hanno reinventato i generi per un pubblico nuovo. Leone, Corbucci, Sollima, Tessari, quasi tutti sono partiti come critici del cinema, poi sceneggiatori, registi della Seconda unità, erano appassionato di cinema come quelli della nouvelle vague francese. L’italianità del cinema di genere, ovvero quel concetto pratico di fare cinema, sono qualità uniche” precisa Tarantino, che sottolinea un aspetto fondamentale del suo ultimo film. E cioè la ricchezza delle ricostruzioni, dei set negli studios, nei dettagli, elementi del cinema pre-digitale. “Il cinema è molto diverso già dagli anni 90, ai vecchi tempi ci si impegnava a creare dei set, non si facevano in post-produzione, oggi neanche le grandi produzioni li fanno più. E questa una grande perdita, per l’arte del cinema, per l’artigianato del cinema, c’erano brave persone che facevano ottime cose, conoscendo i processi del film a tutti i livelli. Certo il digitale consente tante cose, ma prima lo facevano le persone, e tutto questo si è perso”.

Per Margot Robbie, rispetto agli anni raccontati nel film sono cambiate molte cose,  “era un’epoca interessante ma sono felice di lavorare adesso come donna. Hollywood in quegli anni sessanta è cambiata molto e credo che anche adesso stia accadendo qualcosa come in quel periodo. Quentin ha scritto nella sceneggiatura una storia in cui mi sono sentita dentro, c’è un livello di dettaglio di specificità, crea un mondo che è tutto li, e per un’attrice è una gioia enorme. Mi sono sentita realmente a Hollywood nel 1969”.
Ed a proposito di quell’anno, commenta Di Caprio “ho cercato su Google cosa era accaduto, tutti i film prodotti. E’stato un anno di svolta nel cinema americano e nella storia americana, era l’epoca in cui i registi avevano il potere di fare film che volevano. Io ho sempre amato il cinema sin da giovanissimo, quando un giovane mi chiede di questo mondo, gli dico guarda più film che vuoi, cerca i tuoi eroi, crea la tua identità, tutte queste cose mi hanno influenzato”.


Ultimo aggiornamento: Sabato 3 Agosto 2019, 16:35
© RIPRODUZIONE RISERVATA