Le 100 vite di Caterina Caselli: «Cantare? C'era troppa competizione, mi faceva soffrire»

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di Michela Greco

ROMA - Dalla povertà e l’allegria della casa di infanzia al ruolo di manager discografica che lancia giovani talenti, passando per un grandissimo successo come cantante, durato però solo una manciata di anni. Il doc Caterina Caselli – Una vita, 100 vite, firmato da Renato De Maria e presentato alla Festa del Cinema di Roma prima dell’uscita-evento in sala il 13, 14 e 15 dicembre, ripercorre in un travolgente flusso di auto-narrazione tutte le trasformazioni della performer di Nessuno mi può giudicare e Insieme a te non ci sto più. Il periodo del “casco d’oro”, l’orgoglio beat degli anni in cui era poco più che un’adolescente, il talento e l’istinto per quello che – le dicevano da bambina – «non è un mestiere da donna».

 


Intenso come la sua carriera, il documentario rievoca quel percorso unico attraverso la viva voce della cantante, che parla a cuore aperto cedendo più volte alla commozione. «Ero davanti a una macchina da presa ma ero da sola col mio racconto, senza filtri – spiega Caselli – e ho parlato di un dolore che non avevo mai raccontato prima, quello della morte di mio padre quando avevo 14 anni. La società di allora era spietata e in caso di suicidio spesso non si celebravano nemmeno i funerali, fu un momento difficilissimo. Parlarne in questo film è stato come parlarne davanti a uno psicanalista».

 


«Quella di Caterina – aggiunge De Maria – è stata una vita piena di avventure musicali, artistiche, umane. Il mio obiettivo era non perdere nulla del racconto di questa donna in continua trasformazione. Caterina è una persona cui piace vivere sul limite del futuro: noi ci siamo attaccati a questo suo treno per raccontare l’Italia». L’Italia dei rapimenti, quella dei musicarelli, quella degli Area, nei passi determinati di un’artista che, all’apice del successo, decise di cambiare strada perché si era innamorata e aveva fatto famiglia col produttore, Piero Sugar. «Sono stata molto felice quando cantavo, è stato un periodo breve ma molto intenso – ricorda – ma mentre da una parte ero inebriata, dall’altro soffrivo molto, soprattutto le competizioni. Nel frattempo, sentivo già agli inizi l’urgenza di far conoscere il talento degli altri, come successe nel caso di un giovane Francesco Guccini, perciò quando ho avuto un figlio ho cambiato strada e mi sono tolta dalle difficoltà della competizione, sapendo che avevo comunque l’opportunità di lavorare nella musica. Il nuovo lavoro da manager discografica mi ha dato soddisfazioni impagabili». E ricordando il suo passato di icona ribelle spiega: «L’anticonformismo oggi? È fregarsene dei “like”».

 


Ultimo aggiornamento: Venerdì 22 Ottobre 2021, 06:45
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