Bizzarri e Kessisoglu: «Un figlio di nome Erasmus, come nel film, l’isolamento ci fa riflettere sullal vita»»
di Michela Greco

Bizzarri e Kessisoglu: «Un figlio di nome Erasmus, come nel film, l’isolamento ci fa riflettere sullal vita»»

Quattro quarantenni e un viaggio per riannodare i fili del passato. In Un figlio di nome Erasmus di Alberto Ferrari, Paolo Kessisoglu, Luca Bizzarri, Ricky Memphis,  Daniele Liotti tornano in Portogallo a 20 anni dall’Erasmus che saldò la loro amicizia per dare l’ultimo saluto alla donna che tutti e quattro avevano amato e che - sorpresa - ha lasciato un figlio a uno di loro. Questa commedia on the road in cui, dal passato, torna anche Carol Alt, sarebbe dovuta uscire al cinema a marzo, invece è diventato il primo film italiano ad alto budget a debuttare direttamente in streaming per ovviare alla chiusura delle sale dovuta all’emergenza sanitaria. Dal 12 aprile il film è su Sky, TimVision, Chili, Google Play, Youtube, Rakuten, Huawei Video e Infinity per quattro settimane.

Luca e Paolo, come state affrontando questo periodo?
Paolo: «Mi sto abituando. Ho scoperto di avere una forte capacità di adattamento, ma non riesco a stare fermo e faccio molte cose: suono, scrivo, leggo»
Luca: «All’inizio non l’ho presa per niente bene: ho avuto paura, mi sono chiuso, mi sembravano superflui anche i social, i video, le dirette... Per 20 giorni ho messo la testa sotto il cuscino, ora sto riemergendo».

Avete avuto anche voi un’avventura decisiva come quella del film?
Paolo: «17 anni fa sono partito per un viaggio in Messico con quella che sarebbe diventata mia moglie. La conoscevo da poco ma era come se ci conoscessimo da sempre: durante quel viaggio abbiamo deciso che ci saremmo sposati e avremmo avuto dei figli».
Luca: «Sono tante le esperienze che ti cambiano: gli amori, i lutti, le insoddisfazioni, i fiaschi e i successi. Io ne ho vissute tante, ma non saprei trovarne una divertente come la storia del film».

Come in Immaturi, in Un figlio di nome Erasmus la vita presenta il conto dopo 20 anni...
Paolo: «La mia generazione attraversa una fase in cui fa un effetto importante guardarsi indietro. Quando si arriva a 40-45 anni viene naturale ripensare a errori e cose belle del passato».

Se tornate indietro a 20 anni fa cosa vedete?
Paolo: «Una persona distante da me, a cui penso con tenerezza e severità insieme».
Luca: «Non credo di essere cambiato molto in questi 20 anni. Sono appassionato al lavoro ora come allora».

Qual è la cosa che vi preoccupa di più oggi?
Paolo: «La situazione economica, ma mi conforta il pensiero che siamo tutti sulla stessa barca e possiamo tenderci la mano. A Pasqua ad esempio ho regalato sette colombe, era un modo per sostenere la pasticceria sotto casa».
Luca: «Mi ritengo un privilegiato perché i miei genitori stanno bene e ho cibo in tavola, ma tanti colleghi stanno peggio di me. Ho una scuola di teatro a Genova e sono riuscito a non sospendere alcuni corsi spostandoli online: così si continua a far girare il lavoro».

La cosa più difficile e la più bella di questa clausura?
Luca: «Non ho fatto fatica ad affrontare l’isolamento, già prima uscivo poco e vedevo poche persone, in compenso sto capendo ciò che conta davvero: sono diventato un figlio migliore, curo di più i rapporti che contano e taglio il superfluo».


Ultimo aggiornamento: Martedì 14 Aprile 2020, 08:44
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