Se mi vuoi bene: a Brizzi la storia sfugge di mano
di Boris Sollazzo

Se mi vuoi bene: a Brizzi la storia sfugge di mano

«A volte ci dimentichiamo che esistono le lucciole». È in questa frase poetica e dolce, ma terribilmente artificiosa, tutto Se mi vuoi bene. Quel tipo di film che stronchi senza essere sicuro di averne intuito il genere perché, forse, il regista stesso non l'ha scelto, barcamenandosi tra commedia e melodramma, tenendoli però separati come succede all'acqua e l'olio. Ecco, questo manca al film di Fausto Brizzi - c'è qualcosa di civile e giusto nel fatto che sia tornato a essere un cineasta da apprezzare o criticare, invece che un uomo da leggere tra le righe della propria opera, o un nome su cui dividersi indipendentemente dalla qualità di ciò che fa - la capacità, spesso presente nei suoi lungometraggi, di giocare con toni, atmosfere, registri narrativi e interpretativi come la miglior dramedy americana. Se mi vuoi bene, come spesso accade nei film di questo cineasta, ha un buon soggetto (un uomo depresso che decide di rendere migliore la vita dei suoi affetti con un piano perfetto, con tanto di lavagna e foto da serie crime all'americana), una sceneggiatura solida per quanto fredda e una regia lineare. Sceglie le facce giuste - da Lorena Cacciatore, incantevole e in parte, al solito Bisio che nella parte del riparatore poteva essere credibile, dalla Monti alla Ocone, caratteriste di alto livello che qui come di consueto non sbagliano nulla - trova intuizioni niente male ma il film non si accende mai. Non sembra crederci, come invece nel più cattivo Modalità aereo, e nel momento clou, quando dovrebbe far precipitare il suo protagonista, svolta sulla favola edificante che smorza quasi tutto quello che c'era di buono. Ed è un peccato perché il libro omonimo, sempre suo, riusciva a tenere le fila del racconto, quel Diego trovava sempre il giusto tono, la fluidità tra i generi, un po' Hornby e un po' Mouret (e persino Pahlaniuk), mentre qui senti stridere qualcosa con quelle lucciole, quel finale, quella sensazione di finto a cui si sottrae un Rubini lieve e irresistibile da quando si diverte di più e non si prende solo il peso (sempre ben sostenuto) del cinema d'autore col broncio. Brizzi pubblicò il libro nel 2015: poi è cambiato tutto, troppo. E una storia straordinariamente sua è diventata estranea.
Martedì 29 Ottobre 2019, 05:01
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