Se l'horror diventa una Polaroid sfocata
di Boris Sollazzo

Se l'horror diventa una Polaroid sfocata

Certe buone idee non vanno consumate. È il caso di Polaroid, di Lars Klevberg, che nasce come cortometraggio, straordinario, e muore come lungometraggio, mediocre. Il respiro di certi racconti è segnato nel loro Dna e quello che nello spazio di una narrazione breve è risultato esaltante, tirato per le lunghe mostra tutte le sue fragilità. Polaroid è un ottimo soggetto annegato nei minuti (solo 88, ma sembrano di più) di un film che quel corto del 2015 se lo porta nel prologo, per poi andare altrove. Due ragazze nella soffitta di casa scovano una vecchia macchina fotografica Polaroid: peccato che ogni sua istantanea sia letale perché quel reperto adorato e vintage è posseduto da uno spirito. Bella idea, se non fosse che tensione, ritmo e svolte narrative sono non solo spesso latenti ma sempre scontati, come ad esempio l'incapacità, propria del genere, di capire al volo cosa sta succedendo. Bisogna fare una strage a forza di scatti prima di intuire che dentro quell'apparecchio qualcosa non funziona e troppo spesso sembra di stare in un Ring 2.0 - anzi 0.2, visto che qui siamo addirittura schiavi di una tecnologia pre Vhs - senza momenti di particolare originalità. Sia chiaro, il problema non è dell'ottimo horror scandinavo che ci ha regalato perle come Lasciami entrare o Thelma, ma del genere tutto che vive sulla ripetizione e su una capacità spudorata di copiare che neanche agli esami di maturità italiani. Qui la sceneggiatura è infarcita così tanto di cliché che la pur buona messa in scena e un cast riuscito (tra cui il mitico, soprattutto per gli amanti del paranormale, Mitch Pileggi) non salvano l'opera dalla sua mediocrità, dall'incapacità di sfruttare quell'oggetto iconico e allo stesso tempo anacronistico - perfetto per essere una sorta di utensile magico e quasi un reperto d'archeologia moderna - per un lavoro che poteva diventare un cult. E invece l'entusiasmo dura quanto una Polaroid. Dopo averla sventolata, appariva un'immagine sempre peggiore di come l'avevi immaginata. Tanto che vorresti che i protagonisti, o proprio il regista, con quella macchina si facessero un selfie.
Giovedì 20 Giugno 2019, 05:01
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