Midway, una guerra da archeologia coatta
di Boris Sollazzo

Midway, una guerra da archeologia coatta

Roland Emmerich è uno dei re incontrastati di quel cinema apocalittico che, tra complotti spaziali, invasioni aliene, mammuth, glaciazioni e attacchi alla Casa Bianca, ha tenuto banco negli ultimi decenni. Regista fracassone e di puro intrattenimento, ostinatamente alla ricerca di un messaggio politico tagliato con l'accetta, ha raccontato tutte le nostre paure, tra effetti speciali straordinari, un po' d'ironia (ma non troppa e chissà quanto volontaria, a volte) e storie di redenzione e eroismo incompreso.

Midway, che racconta la battaglia post Pearl Harbor - narrata anni fa da un altro della sua schiatta, il mitico Michael Bay - aveva bisogno dei budget e dell'ispirazione del miglior Emmerich, che invece si ritrova con soli 65 giorni di set, una storia vera che non lo può far decollare oltre il credibile e i cinesi a produrlo e costringerlo a una visione del conflitto piuttosto pregiudiziale, con tanto di sequenze messe a bella posta per compiacerli (imbarazzanti, diciamolo).

A livello tecnico il nostro, tra i migliori in circolazioni nel campo, non si fa parlar dietro: sembra di stare in un videogioco di eccellente fattura, le interminabili scene di guerra, soprattutto in volo, a un certo punto ti fanno sentire la claustrofobia dell'abitacolo del velivolo, la paura di manovre ardite. Certo, dopo Dunkirk, tutta quella finzione e computer grafica fa soffrire, ma il suo lo porta a casa.

Quello che appare fuori tempo è la caratterizzazione dei personaggi - ossessionati dall'idea di vittoria gli americani, dal non dover essere sconfitti i giapponesi, entrambi devoti a un'idea marziale di martirio - la propaganda politica da quattro soldi, l'incapacità, in un'epoca cui la guerra è stata scarnificata nella sua insensata crudeltà, di descrivere qualcosa di più degli indiani contro i cowboy. Sarebbe stato vecchio e un po' grottesco, Midway, già 20 anni fa. Ora è archeologia coatta.
Giovedì 5 Dicembre 2019, 05:01
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