Non sposate le mie figlie 2, Dio ci salvi dal buonismo da tartine e champagne
di Boris Sollazzo

Non sposate le mie figlie 2, Dio ci salvi dal buonismo da tartine e champagne

C’è solo una cosa peggiore del nuovo cinema d’autore francese da festival che tenta disperatamente di replicare la nouvelle vague da Truffaut e Chabrol riuscendo al massimo a scimmiottare male Woody Allen: il cinema commercial-educativo francese. Per un film gradevole e furbissimo come Quasi Amici devi sorbirti una serie di commedie improbabili e irritanti come Non sposate le mie figlie, ormai divenuto saga. Opera dimenticabile che si innesca nel filone consumato che va dagli antenati nobili (Indovina chi viene a cena) fino a quelli pecorecci più moderni (Ti presento i miei) in salsa Usa, vuole raccontare con faciloneria le differenze di razza, di classe, di religione, con un politicamente finto scorretto un tanto al chilo che corre veloce verso una morale e un moralismo facili.



Non sposate le mie figlie 2 arriva dopo il primo capitolo che aveva qualche buona intuizione e una seconda parte che stancamente andava verso un lieto fine più telefonato di un’intervista di Fabio Fazio, diventando ancora più pieno di pregiudizi che per essere smontati vengono in realtà sottolineati e ribaditi, e con concessioni alla gauche caviar transalpina (così chiamano i radical chic in Francia). Per redarre il cinemanuale progressista per le masse ignoranti il regista Philippe De Chauveron pensa bene di combattere le discriminazioni con un altro razzismo, quello classista, verso il pubblico stesso che lo va a vedere. I Verneuil e i Koffi, i cui capofamiglia godono della mimica di Christian Clavier - che nella sua espressività e talento racchiude tutti i pregi (pochi) e i difetti (tanti) del film, nei suoi eccessi nelle gag di situazione così come nel calcare le battut(acc)e - e Pascal N’Zonzi - sono nuclei familiari da sit-com di terz’ordine, stereotipi che vorrebbero essere archetipi, ma lo sono solo della falsa coscienza di chi racconta. Che non esce mai, come il film e quel cinema, da salotti luminosi di ville arredate benissimo. Perché il buonismo di una Francia che alla fine risulta come sempre il migliore dei mondi possibili può sopravvivere solo se accompagnato da champagne, tartine e sofà di marca. Almeno in sala.

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