Tumore al seno, con le nuove cure
si vive più a lungo

Tumore al seno, con le nuove cure ​si vive più a lungo

di Antonio Caperna

MADRID - La sfida contro il tumore si arricchisce di un nuovo capitolo, che regala speranza ai pazienti. Al Congresso europeo di oncologia ESMO di Madrid, infatti, sono stati presentati diversi studi sul tumore al seno, alcuni dei quali regalano letteralmente anni in più di vita alle donne.

Si è scoperto, infatti, che l'aggiunta del farmaco pertuzumab al trattamento con trastuzumab e chemioterapia ha permesso di ottenere la sopravvivenza più lunga osservata fino a oggi in uno studio clinico di pazienti con tumore al seno metastatico HER2-positivo.

Lo afferma lo studio di fase III “Cleopatra”, che descrive una sopravvivenza mediana di quasi cinque anni. Le donne che hanno ricevuto questo trattamento combinato hanno aggiunto 15,7 mesi rispetto al trattamento con il solo trastuzumab e chemioterapia. Si tratta, secondo i ricercatori, di un miglioramento che raramente si ottiene negli studi clinici di tumori in stadio avanzato. Inoltre con questo regime terapeutico il rischio di morte è stato ridotto del 32%.

«Il dato che colpisce di più dello studio è il miglioramento di questa sopravvivenza totale, oltre che il già noto vantaggio in termini di sopravvivenza libera da progressione, dovuto ai meccanismi d'azione dei due anticorpi monoclonali- commenta Michelino De Laurentiis, Direttore U.O.C. Oncologia Medica Senologica, IRCCS Istituto Nazionale Tumori Fondazione “G. Pascale”, Napoli -. È probabilmente uno dei passi avanti più importanti nel trattamento di questa malattia». Nello studio i ricercatori hanno valutato l'efficacia e la sicurezza della terapia in 808 pazienti con carcinoma mammario metastatico HER2-positivo non trattato in precedenza, carcinoma storicamente noto per essere una delle forme più aggressive.

Un altro fronte di attacco contro il tumore al seno, ma del tipo HER2-negativo metastatico, è affamando i suoi vasi sanguigni con farmaci antiangiogenetici. È il caso del bevacizumab, al centro dello studio “Imelda” e “Tania”, entrambi di fase III e prossimi alla pubblicazione sulla rivista The Lancet Oncology. Il primo evidenza un aumento della sopravvivenza senza progressione di quasi tre volte (11,9 mesi contro 4,3 mesi) e un miglioramento della sopravvivenza complessiva superiore a 15 mesi con bevacizumab più capecitabina in mantenimento dopo una induzione iniziale con bevacizumab più taxano.

Lo studio “Tania”, invece, mostra un miglioramento del 25% della sopravvivenza senza progressione per le donne che hanno che hanno proseguito il trattamento con bevacizumab più chemioterapia anche dopo la prima progressione della malattia rispetto al solo trattamento chemioterapico.

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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 8 Ottobre 2014, 09:09
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