Il virologo Silvestri: «Il virus è in ritirata, ma dobbiamo dare per scontato che possa tornare»

Il virologo Silvestri: «Il virus è in ritirata, ma dobbiamo dare per scontato che possa tornare»

Sperare il meglio, ma essere pronti al peggio. Dopo l'annuncio della 'road map' per la fase 2 dell'emergenza coronavirus, si può riassumere così il consiglio che arriva dal virologo Guido Silvestri, docente alla Emory University di Atlanta e co-fondatore del Patto trasversale per la scienza insieme a Roberto Burioni. Se «per il momento possiamo dire che il virus è in ritirata e che stiamo andando lentamente, ma fermamente, verso la fine della prima ondata», per lo scienziato italiano negli Usa «sarà fondamentale gestire la 'riapertura' basandosi il più possibile sui dati scientifici ed epidemiologici di monitoraggio di un potenziale ritorno del virus».

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Premesso che «ovviamente nessuno conosce» ciò che accadrà in futuro, nelle sue 'Pillole di ottimismo' su Facebook, anzi di 'Ottimismo che viene dalla conoscenza', Silvestri ipotizza tre tipi di scenario: «Lo scenario peggiore è quello di un virus che torna verso dicembre-gennaio senza essersi attenuato, trovandoci senza terapie efficaci e pronto ad attaccare ampie fasce di suscettibili (cioè non immuni) soprattutto al Centro-Sud, ma anche al Nord. In questo caso la partita si giocherà a livello di prevenzione dei contagi ed è a questo che dobbiamo prepararci».

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«Scenari intermedi sono basati sulla diffusione di un virus a patogenesi attenuata (letalità ridotta) e/o sulla presenza di terapie efficaci. Lo scenario migliore è quello del virus che si estingue e non torna più: uno scenario che io vedo poco probabile», con chance di concretizzarsi inferiori al 10% secondo lo scienziato, «ma che nessuno può escludere con certezza», ammonisce il virologo.
 


Sulla base degli ultimi dati sulla diffusione dell'epidemia in Italia, Silvestri vuole «enfatizzare il quattordicesimo giorno consecutivo di calo del numero totale dei pazienti in terapia intensiva. Siamo ora scesi a 2.009, quindi ormai meno della metà del picco, che è stato il 4 aprile scorso a quota 4.068. Da notare anche che, al momento del picco, i ricoveri in terapia intensiva rappresentavano il 14,2% del totale dei ricoveri ospedalieri, mentre oggi sono solo il 9,4%». Per il virologo «questo dato suggerisce una potenziale riduzione di gravità di Covid-19. Da notare infine che il numero dei morti di ieri (260) è il più basso da 40 giorni a questa parte, e che la temuta 'ondata del Sud' continua a non dare segni di sé (e io credo/spero francamente che non arriverà proprio)».
 
 

«Ci sono tre fattori principali che hanno contribuito - in misura che ancora non possiamo quantificare con esattezza - a questa ritirata del virus in Italia (e in molti altri Paesi)», analizza lo scienziato. «Sono il cosiddetto lockdown (o isolamento sociale), lo stabilirsi di immunità naturale in una parte importante della popolazione e la stagionalità, che sappiamo valere per gli altri virus respiratori, tutti amanti della stagione invernale. Ricordo che, dei tre fattori, solo l'immunità naturale ci può proteggere contro il ritorno del virus in inverno. Però la durata di questa immunità non è ancora nota e dovrà essere monitorata nel tempo». Da qui la necessità, dal 4 maggio, di gestire la fase 2 con l'occhio fisso sui dati del contagio.


Ultimo aggiornamento: Lunedì 27 Aprile 2020, 10:48
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