Crisanti: «Nel Dpcm misure insufficienti se manca piano per tracciare i contagi»
di Valeria Arnaldi

Dpcm, il virologo Crisanti: «Misure insufficienti se manca un piano per tracciare i contagi»

«Sono tutte misure che vanno nella direzione di diminuire i contatti interpersonali. Il vero problema è che in questi mesi non sono mai state attivate misure per diminuirli. Niente o quasi è stato fatto». Il virologo Andrea Crisanti, direttore della Microbiologia di Padova, aveva sottolineato da tempo la necessità di misure più stringenti per contenere i contagi, lo abbiamo raggiunto per sapere cosa pensa del nuovo Dpcm.

 

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Professor Crisanti, come valuta le nuove restrizioni?
«Penso siano misure necessarie. La stretta più forte è arrivata».

 


Era quella che auspicava?
«Diciamo che questa è una stretta più forte che va sicuramente nella direzione giusta e ritengo sia stato un provvedimento coraggioso e necessario, anche impopolare, in contrasto con il tentativo delle Regioni di annacquarlo. I governatori, in modo irresponsabile e demagogico, erano disposti a sacrificare le scuole pur di lasciare aperte piscine, palestre, ristoranti. E allo stesso tempo volevano in qualche modo ratificare il fatto che il contact tracing dovesse essere sospeso perché non erano stati capaci di farlo».

 


Le nuove misure saranno sufficienti o ne serviranno altre più stringenti?
«Le misure hanno un effetto transitorio, se non si fa il tracciamento non si esce. Bisogna investire sul tracciamento. Questo ci avrebbe permesso di fermare la catena dei contagi».

 


Perché ci troviamo così oggi, visto che la seconda ondata era stata annunciata già durante il lockdown?
«Stiamo pagando il mancato sviluppo o implementazione delle misure di sorveglianza sul territorio che ci avrebbero consentito di tenere i contagi bassi. Ciò include sia la capacità di fare più tamponi sia una rete informatica in grado di analizzare distribuzione e dinamica dei cluster, nonché la capacità di portare i test a chi ne ha bisogno. Non basta fare più tamponi, occorre saperli usare».

 


La politica non ha fatto abbastanza?
«C'è stata una grande sottovalutazione, alla fine a maggio e giugno era come se tutto fosse stato risolto. Io penso che l'agenda sia stata dominata dalla gestione del recovery fund e non dalla prevenzione della seconda ondata. Le priorità sono state bonus vacanze, banchi e biciclette. Se i soldi per le bici fossero stati destinati alla prevenzione, non saremmo in questa condizione adesso, detto con tutta franchezza».

 


Il tema delle scuole è caldo: la riapertura ha contribuito in modo importante alla diffusione dei contagi?
«Non si sa se abbia contribuito alla diffusione, lo si sospetta, ma finché non saranno fatti screening in tutte le scuole d'Italia e per diverse classi, non si capirà cosa sta succedendo».

 


Cosa dobbiamo aspettarci guardando a domani?
«Siamo di fronte a un aumento di casi, i numeri sono quelli di marzo. Le misure adottate fino a questo momento mostreranno i loro effetti tra due settimane e nel frattempo il sistema sanitario sarà stressato».

 


Molti però parlano di un virus indebolito.
«La realtà prevale».

 


Alle nuove restrizioni, cosa bisognerebbe aggiungere?
«Investire fortemente in un sistema di tracciamento e sorveglianza. È l'elemento fondamentale. Bisogna guadagnare tempo per contenere i contagi».

 


E per attendere i vaccini?
«Dio solo sa quando li faranno i vaccini. Su questo non mi pronuncio».


Ultimo aggiornamento: Lunedì 26 Ottobre 2020, 11:01
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