Da Venezia alla Cina: «Via da Wuhan 2 anni dopo, la città è tornata aperta»
di Nicola Munaro

«Via da Wuhan due anni dopo, la città ora è tornata aperta»: la storia di Petra Vidali, da Venezia alla Cina

La donna veneziana: "Lì le persone sono molto più attente"

VENEZIA - «La Cina mi manca un sacco, è un’esperienza che ti arricchisce. Vorrei tornarci e ci tornerò appena riaprono il visto turistico. Anche perché nel mio appartamento di Wuhan ho ancora tante cose mie». Per adesso Petra Vidali, veneziana, con la Cina ci lavora come commerciale estero. Due anni fa Petra, a Wuhan per frequentare il corso in Commercio internazionale alla Huazhong University of Science and Technology (dopo la laurea triennale in cinese a Ca’ Foscari), scopriva il coronavirus in quella città da 11 milioni di abitanti che si è poi rivelata essere l’epicentro della pandemia.

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«Attorno al 15 gennaio c’è stato l’obbligo di portare la mascherina, il 20 avevano detto di non andare nelle metro, il 22 i taxi hanno fatto le ultime corse e il 23 gennaio hanno chiuso la città. Avevamo fatto una spesa per tre mesi. Pensavamo bastasse».
E invece...
«Era una cosa che non era mai successa nella nostra epoca, non sapevamo nulla, quando eravamo lì pensavano fosse passeggera come un’influenza pesante. Non che fossimo spaventati, le università erano molto organizzate dandoci mangiare, sapone, detersivo per togliere i germi, mascherine: era una realtà vicina ma lontana».
Quando sentiva i genitori c’era preoccupazione?
«Mi chiedevano cosa stesse succedendo veramente, in Italia c’era allarmismo ma noi eravamo molto più in sicurezza di quello che si mostrava. Nessuno usciva per strada dopo che era stato detto che era pericoloso».

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A inizio febbraio il rientro e la quarantena a Pratica di Mare. Arrivata a casa che è successo?
«Quando sono uscita dalla Cecchignola ho detto di andare a fare la spesa perché ci avrebbero chiuso, c’erano già i segni di quello che avevamo visto in Cina. Con gli altri italiani alla Cecchignola eravamo ancora uniti, ci sentivamo in Cina, ma una volta fuori ci siamo resi conto che in Italia si stava ripresentando la stessa cosa, eravamo portati a essere negativi per paura che succedesse».
Ricordi di questi due anni?
«C’era la speranza che finisse prima. Noi sognavamo il rientro per la laurea che invece abbiamo fatto online, è stato brutto ma ci hanno promesso una cerimonia per noi quando torneremo. Avrei voluto vivermi di più l’esperienza dell’estero». 
Differenze tra Italia e Cina?
«Una cosa che magari salta più all’occhio è che lì le persone sono molto più attente a quello che gli dicono di fare. Io vado ancora avanti a igienizzare la spesa e disinfettare tutto, queste cose mi sono rimaste dalla Cina, ho iniziato a gennaio 2020 con il cloro ora uso l’amuchina. Sì, sono un po’ più attenta a quello che entra nella mia casa».

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Ha ancora contatti a Wuhan?
«Ci sono i miei compagni, l’ultima volta che ci siamo sentiti era tutto riaperto. Con la seconda ondata in due giorni hanno fatto tamponi a tutta Wuhan, quarantena breve ai positivi individuati e gestendola velocemente ne sono usciti presto. Però da quando c’è stata epidemia ci sono meno persone e quindi si è un po’ svuotata».
Cosa si pensava, due anni fa?
«All’inizio a una polmonite, se ne parlava da dicembre. A gennaio è emerso il contagio al mercato e si è capito che era qualcosa di diverso».

 

 


Ultimo aggiornamento: Giovedì 27 Gennaio 2022, 14:01
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