Pillola per l’aborto, ora c’è più tempo anche senza ricovero

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di Lucilla Vazza
Niente ricovero obbligatorio per la donna che lo richiede e allungamento di due settimane per il periodo di somministrazione del farmaco abortivo, Ru486, che passa da sette a nove settimane come già avviene in quasi tutti i Paesi europei. Con un colpo di spugna, il Consiglio superiore di sanità, nel parere chiesto due mesi fa dal ministro della Salute e rilasciato in questi giorni, aggiorna le vecchie linee guida sull’aborto farmacologico del 2010, cancellando così i due elementi che tenevano la legge italiana ancorata al passato, rispetto alle più avanzate normative europee in materia.

Ora, a quanto apprende il Messaggero, il parere è arrivato all’ufficio di Gabinetto del ministro Speranza, che aveva chiesto agli esperti del Css tempi rapidi, e così è stato, tenendo conto della delicatezza della materia, ma anche dei passaggi tecnici, perché, trattandosi di un parere su un medicinale, il faldone è dovuto transitare per l’Agenzia del farmaco che ha preso atto delle indicazioni e aggiornato il dossier (e quindi “il bugiardino”) sulla Ru486 allungando da sette a nove le settimane di prescrivibilità.

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A questo punto, i tempi (e i modi) per la pubblicazione delle nuove linee guida sono in mano al ministro e ai suoi tecnici, che dovranno decidere quando e se procedere all’aggiornamento.
Le decisioni del Css sono basate sulle evidenze internazionali, maturate in oltre 10 anni di utilizzo del farmaco, dalle quali in qualche modo non sono emerse motivazioni sufficienti per mantenere la regola del ricovero precauzionale per l’interruzione volontaria di gravidanza farmacologica, la Ru486, ossia il mifepristone in associazione con la prostaglandina, che dunque può essere prescritta in sicurezza in ambulatorio. I tre giorni di ricovero per l’Ivg chimica è un controsenso rispetto al fatto che l’aborto chirurgico è di fatto quasi sempre realizzato in day hospital, pur necessitando di anestesia. L’aggiornamento delle regole potrebbe segnare un cambio epocale, perché in Italia il ricorso all’aborto farmacologico è ancora limitato e ben otto interruzioni di gravidanza su dieci sono effettuate in sala operatoria e se si considera che sono obiettori mediamente 7 ginecologi su dieci, così come 5 anestesisti su dieci, è chiaro che promuovere questa tipologia diventa un aiuto per non aggravare ulteriormente la situazione di donne che hanno preso una decisione così difficile.
Il parere del Css era stato richiesto dal ministro Speranza circa due mesi fa, dopo che la governatrice umbra, Donatella Tesei aveva approvato una delibera regionale in cui, riesumando le vecchie linee guida del 2010, aveva cancellato un altro provvedimento dell’ex presidente Catiuscia Marini, reintroducendo l’obbligo di ricovero precauzionale di tre giorni per le donne che richiedevano l’aborto farmacologico, vietando dunque la procedura in day hospital o in ambulatorio. Contro questo provvedimento arrivò forte e chiara la reazione della sottosegretaria alla Salute, la dem Sandra Zampa, che due mesi fa parlò senza mezzi termini di «assalto alla legge 194» e di una scelta che denotava mancanza di solidarietà femminile da parte della Tesei verso donne che affrontano una scelta pesante, tant’è che la stessa governatrice si era vista costretta a scrivere al ministro Speranza sottolineando di non voler affrontare la questione in modo ideologico, ma «per il bene delle donne», attendendo però le indicazioni del Consiglio superiore di sanità. 

Dunque, se sarà coerente, dopo la pubblicazione delle nuove linee guida Tesei dovrà ritirare il provvedimento, che aveva sollevato aspre polemiche da larghe fette del mondo politico, oltre che dell’associazionismo femminile, che da anni si batte per un potenziamento delle misure contenute nella legge 194/78.

In Italia la possibilità dell’aborto farmacologico, dopo molte battaglie, è stata introdotta solo nel 2009, mentre in Francia era già possibile dal 1988 e in Gran Bretagna dal 1990. Stando all’ultima relazione sull’Ivg del ministero della Salute, su dati 2018, le donne ricorrono sempre meno all’aborto (76.328, con un calo del 5,5% rispetto al 2017), anche grazie all’uso sempre più diffuso della contraccezione d’emergenza (pillola del giorno dopo e pillola dei 5 giorni dopo).

Gli aborti farmacologici da noi sono appena il 20,8% del totale, con un lieve incremento rispetto al 17,8% del 2017, dati bassi se confrontati ai paesi del nord Europa, vicini al 100%, ma anche di Francia, Svizzera, Regno Unito o Portogallo, che si aggirano tra il 70 e l’80%. Ricordiamo anche che l’Ivg è inclusa nei Lea, i livelli essenziali assistenziali che devono essere garantiti a tutti i cittadini in tutto il paese.

Da anni le società scientifiche e le associazioni per la salute della donna chiedono un rilancio della legge 194, chiedendo il potenziamento della rete dei consultori, da anni sottofinanziati e a corto di personale, ma anche una maggiore centralità sui temi della legge a partire dall’informazione sulla contraccezione, inclusa quella d’emergenza, per migliorare l’informazione a 360 gradi, soprattutto per le giovanissime e le cittadine straniere. 
 
Ultimo aggiornamento: Sabato 8 Agosto 2020, 13:38
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