Monoclonali, Rappuoli: «I nostri anticorpi capaci di neutralizzare tutte e tre le varianti». Ecco come

Monoclonali, Rappuoli: «I nostri anticorpi capaci di neutralizzare tutte e tre le varianti». Ecco come

«Le varianti hanno messo in crisi molti degli anticorpi monoclonali sviluppati fino ad ora. I nostri per fortuna appartengono a anticorpi monoclonali di seconda generazione che riescono a neutralizzare anche le tre principali varianti, inglese, sudafricana e brasiliana». Lo ha detto Rino Rappuoli, coordinatore della ricerca sugli anticorpi monoclonali di Toscana Life Sciences, intervenendo oggi durante Agorà, su Rai 3, sottolineando che «stanno per entrare in fase clinica di sviluppo, la prossima settimana o la successiva e aspettiamo siano pronti prima dell'estate».

Variante inglese, brasiliana e sudafricana: cosa bisogna sapere (dai sintomi ai rischi)

I monoclonali frutto della ricerca condotta in Italia, ha proseguito Rappuoli, «si differenziano dagli altri perché sono più potenti di altri oggi disponibili, ad esempio quelli usati per Trump, che hanno bisogno di essere infusi solo per via endovenosa in grandissima quantità». Questo significa «che dei nostri ne servono molti meno e quindi sono meno costosi. Inoltre possono esser fatti con un'iniezione fatta ovunque, senza necessariamente andare in ospedale».

Sviluppati in laboratorio a partire da anticorpi di convalescenti, ha precisato il microbiologo di fama mondiale, «i monoclonali sono la prima cura che sarà a disposizione contro il Covid, perché antivirali specifici arriveranno solo in seguito. Dovrebbero esser dati alle persone più a rischio, appena ricevuta la risposta positiva al tampone. Prima vengono dati e meglio è». Rispetto ai tempi di quelli in sviluppo presso i laboratori di Toscana Life Sciences, ha concluso, «stiamo iniziando ora le prove cliniche. Siamo confidenti che andranno bene, perché i dati che abbiamo finora sono buoni. Ma fino all'ultimo non si può dire l'ultima parola». 

I tipi di variante

Al momento sono tre le avarianti in circolazione nel nostro Paese: quella inglese, quella brasiliana e querlla nordafricana. La variante inglese del Covid è più contagiosa dal 30% al 50% rispetto ad altre varianti in circolazione, sostiene il gruppo di esperti britannico del New and emerging respiratory virus threats advisory group che assiste il governo nella gestione della pandemia. E in Italia, sul totale dei casi positivi al virus, il 17,8% è dovuto a questa mutazione, secondo l'Istituto superiore di sanità e il ministero della Salute. Una percentuale che è del 20-25% in Francia e del 30% in Germania. Quindi, sempre tra i casi positivi in Italia, circa uno su cinque deriva dalla variante inglese che è soltanto una delle tre in circolazione nel nostro Paese, con la brasiliana e la sudafricana, anche se al momento sembra prevalere decisamente sulle altre.

Le differenze

In tutti e tre i tipi di variante, che prendono il nome dal luogo dove sono state osservate per la prima volta, «il virus presenta delle mutazioni sulla cosiddetta proteina “spike”, che è quella con cui “si attacca” alla cellula», fa sapere l'Istituto superiore di sanità. Vediamo allora quali sono le differenze tra le tre forme, in base ai sintomi e alla trasmissibilità. La variante inglese è la più “anziana” delle tre: è stata isolata per la prima volta «nel settembre del 2020 in Gran Bretagna, mentre in Europa il primo caso rilevato risale al 9 novembre 2020. È monitorata perché ha una trasmissibilità più elevata, ma al momento non sono emerse evidenze di un effetto negativo sull’efficacia dei vaccini». La variante sudafricana, invece, ricorda l'Iss, «è stata isolata per la prima volta nell’ottobre 2020 in Sud Africa, mentre in Europa il primo caso rilevato risale al 28 dicembre 2020. Ha una trasmissibilità più elevata e sembra che possa diminuire l’efficacia del vaccino. Si studia se possa causare un maggior numero di reinfezioni in soggetti già guariti dal Covid-19». Infine, la variante brasiliana, isolata per la prima volta nel gennaio 2021 in Brasile e in Giappone, «ha una trasmissibilità più elevata». Anche questa mutazione «sembra che possa diminuire l’efficacia del vaccino». E si sta studiando la possibilità che «possa causare un maggior numero di reinfezioni in soggetti già guariti dal Covid-19».

 


Ultimo aggiornamento: Mercoledì 17 Febbraio 2021, 11:28
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