Alzheimer, la Fondazione Santa Lucia: la stimolazione magnetica transcranica contrasta il declino cognitivo

Alzheimer, la Fondazione Santa Lucia: la stimolazione magnetica transcranica contrasta il declino cognitivo

di Graziella Melina

Se una persona affetta da Alzheimer viene sottoposta per sei mesi ad una Stimolazione Magnetica Transcranica (Tms) nella fase iniziale della malattia, i sintomi che col tempo causano la perdita dell’autonomia progrediscono meno velocemente.

Grazie a uno studio dei ricercatori della Fondazione Santa Lucia Irccs di Roma guidati dal neurologo Giacomo Koch, in collaborazione con l’Università di Ferrara, è stato infatti dimostrato che applicando la Tms sul precuneo, una regione del cervello particolarmente coinvolta nella malattia di Alzheimer sin dalle prime fasi, è possibile contrastare il declino cognitivo e funzionale del paziente. «Ai primi sintomi della malattia – spiega Giacomo Koch, direttore del Laboratorio di Neuropsicofisiologia Sperimentale della Fondazione Santa Lucia a Roma – le persone hanno disturbi di memoria, si sentono un po’ confusi, perdono l’orientamento, però sono ancora abbastanza autonomi. Con la stimolazione transcranica riusciamo a mantenere l’autonomia il più a lungo possibile». Lo studio clinico in fase due, pubblicato sulla rivista scientifica Brain, è stato condotto su 50 pazienti affetti da Alzheimer con grado lieve moderato.

L’ESPERIENZA

Il passaggio successivo (nello studio multicentrico di fase 3) prevede il coinvolgimento di un numero di pazienti più elevato. «Man mano che si va avanti nella ricerca con ulteriori studi – spiega Koch – saremo in grado di comprendere maggiormente le potenzialità di questo trattamento e potremo identificare un sottogruppo di pazienti in grado di beneficiarne con più efficacia. Tra tre anni avremo una conferma definitiva dei risultati». Quelli ottenuti finora fanno però ben sperare. «La terapia è stata ben tollerata e non si sono osservati seri eventi avversi per i pazienti trattati con Tms per sei mesi – precisa Alessandro Martorana, neurologo dell’Università di Roma Tor Vergata e coautore dello studio – ciò rende questo trattamento particolarmente sicuro nei pazienti con Alzheimer, una popolazione fragile e ad alto rischio che presenta molteplici comorbidità». I benefici della stimolazione magnetica, in realtà, sono studiati da tempo.

IL NETWORK

«Noi lavoriamo con questa metodica da 20 anni – ricorda Koch – Da dieci anni stiamo portando avanti questa ricerca: abbiamo identificato il network, poi abbiamo visto cosa succedeva con la risonanza magnetica funzionale, qual era l’impatto sull’attività cerebrale sui soggetti sani e nei pazienti con malattia di Alzheimer. Avevamo osservato che dopo due settimane di trattamento migliorava transitoriamente la memoria, e così abbiamo fatto il passaggio successivo, ossia uno studio più complesso».

UNA NUOVA ARMA

Per i ricercatori, dunque, i risultati sono diventati ancora più incoraggianti. «È uno studio importante perché aggiunge un’altra arma al trattamento della malattia – assicura il direttore Giacomo Koch – In futuro, potremo infatti avere una terapia combinata probabilmente più efficace. Non dimentichiamo che mentre il farmaco, infatti, è uguale per tutti, anche se si può fare un aggiustamento sul dosaggio, in questo caso noi andiamo a fare una stimolazione di una regione particolare del cervello e con parametri che vengono tarati su ogni singolo paziente. Si tratta, dunque, di una medicina di personalizzazione e di precisione maggiore rispetto alla cura farmacologica e con effetti clinicamente rilevanti». Una frontiera tecnologica e una speranza per tutti.

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Ultimo aggiornamento: Martedì 6 Dicembre 2022, 15:27
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