Covid, Pregliasco: «Virus peggiora, pericoloso ritardare le restrizioni. A Natale troppi irresponsabili»

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di Graziella Melina

Se l’epidemia oggi si mantiene su livelli alti «la ragione va ricercata nei comportamenti irresponsabili del periodo natalizio. C’è stato un abbassamento del livello di attenzione - ricorda Fabrizio Pregliasco, virologo e ricercatore di igiene dell’Università degli Studi di Milano - Le indicazioni del governo erano necessarie, ma qualcuno non le ha rispettate e si sono creati dei focolai. E così alla fine tutte le misure non hanno funzionato abbastanza».

I rischi per la trasmissione del virus a Natale non erano preventivabili?
«Credo che ci sia stato troppo lassismo. Una quota parte di casi che vediamo adesso è legata a persone che si sono spostate e si sono ritrovate insieme. Non che siano untori principali e unici, però hanno senz’altro contribuito all’aumento dei contagi. Purtroppo, non c’è un manuale scientifico che ci indichi le misure corrette per combattere questa pandemia, si lavora a tentativi, mentre questo virus continua a creare problemi e ci sfugge. Per certi versi e di fatto, siamo in difficoltà nel trovare la soluzione giusta. Di certo, sappiamo che dobbiamo stare attenti perché quella che stiamo osservando ora non è un’ondata. Sono piuttosto i prodromi di una possibile nuova ondata che è stata in un certo senso messa in atto dai comportamenti irresponsabili ed eccessivi che abbiamo osservato durante le feste».

Le misure restrittive però in genere funzionano.
«Certo. Ecco perché ritardare un’azione restrittiva a fronte di indicazioni di innalzamento dell’epidemia può essere pericoloso. Si pensi al Veneto, che è rimasto a lungo in zona gialla. Sicuramente è ancora da comprendere come mai la situazione lì è preoccupante, è probabile che ci sia di mezzo la variante italiana e quella inglese. Però, ripeto, oggettivamente un elemento da notare è che in zona gialla ci sono stati per tanto tempo, e questo ha inciso nell’andamento in crescita dei dati».

Le indicazioni e i nuovi parametri che dovrebbero essere varati nel prossimo Dpcm secondo lei basteranno?
«Credo che a questo punto l’opzione più utile è quella di tentare una “dose da cavallo” per poco tempo, piuttosto che definire limiti e orari che, come si è già visto, sono meno gestibili dalla popolazione. Il guaio è che finché non ci sarà una vaccinazione ampia, questo virus continua la sua corsa».

Lei parla di misure rigide ma già si pensa anche a zone nelle quali è possibile quasi un ritorno alla normalità.
«Ritengo che la cosiddetta fascia banca sia una speranza, una prospettiva. Diciamo che si prova a immaginare un percorso che sia a step. È giusto poter contare su più opzioni, perché così si auspica di riuscire a governare meglio il disastro economico che stiamo vivendo. Dal punto di vista epidemiologico, però, ribadisco, l’unica strada che funziona per frenare il virus è il lockdown rigido e lungo. Ma, dovendo tenere conto di altre esigenze, si prova a bilanciare le misure in base ai dati dei contagi».

Il presidente della Conferenza delle Regioni Stefano Bonaccini esclude l’ipotesi della fascia rossa se si ha un’incidenza di 250 casi di positività settimanali ogni 100mila abitanti. Cosa ne pensa?
«È difficile dire se è una scelta corretta. È chiaro che più le misure sono stringenti e più si limita la circolazione del virus. Ricordiamo che ogni contatto inter-umano in questo momento lo consideriamo a rischio. Le misure cercano in modo maldestro e goffo di costringerci a mettere dei paletti per ridurre il propagare dell’epidemia».

Cosa resta da fare?
«Credo che sia necessario rafforzare le misure più restrittive almeno per uno-due mesi. Per quanto possibile le zone rosse devono essere estese e più numerose, almeno per un primo periodo, durante la vaccinazione. Questo permetterà di tutelare le persone più fragili, che sono poi quelle che pagano il prezzo più alto».

 

 

 

 


Ultimo aggiornamento: Martedì 12 Gennaio 2021, 12:43
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