Rsa, il paradosso del Nord: il rifiuto dei vaccini dove il virus ha colpito di più
di Francesco Gentile

Covid nelle Rsa, il paradosso del Nord: il rifiuto dei vaccini dove il virus ha colpito di più

C'è grande incertezza per la vaccinazione nelle Rsa del Nord. In Lombardia e Piemonte, dove la pandemia da Covid ha colpito di più nella prima fase e insiste nella seconda, gli operatori sanitari sembrano avere qualche dubbio sul loro dovere.
Il dato più scioccante ieri è arrivato da Pavia, dove solo due infermieri di Rsa su dieci si dicono disposti a vaccinarsi. Un risultato tristemente identico a quello di Brescia della settimana scorsa. «Bisogna cogliere a pieno l'importanza di questo momento e gli operatori delle case di riposo non possono sfuggire - avverte la direttrice dell'Agenzia per la tutela della salute pavese Mara Azzi - Non è pensabile che solo il 20 per cento di queste persona voglia tutelarsi contro il virus. Quando si è a contatto giorno e notte con persone anziane e fragili ci sono i presupposti per pensare che nei loro confronti pesi un vero e proprio obbligo».

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IL SONDAGGIO PIEMONTESE
E mentre l'obbligatorietà del vaccino continua a far discutere (il giuslavorista Pietro Ichino ha parlato di sanzioni, anche pesanti per chi si rifiuta) stupisce che anche il disciplinato Piemonte secondo un sondaggio veda solo il 30 per cento degli operatori delle Rsa pronti alla punturina senza se e senza ma. «Almeno la metà è vicino alla posizione No vax e nelle case di cura migliori si raggiunge a stento il 50 per cento», spiega Michele Assandri, presidente dell'Associazione strutture per la terza età piemontesi.
Va meglio, ma non alla perfezione, in regioni virtuose come l'Emilia Romagna e la Toscana, dove le adesioni superano il 70 per cento, ma non arrivano all'80. Da notare invece come tra medici e infermieri di ospedale la percentuale sia sempre superiore, con punte del 95 per cento. Questione di maggiore preparazione e senso di responsabilità evidentemente.

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Anche se c'è chi come Luca Degani, presidente lombardo di Uneba, l'associazione di categoria del settore sociosanitario, trova i sondaggi «inattendibili perché non si può credere che chi per mesi abbia curato i pazienti in strutture piene di virus non si voglia immunizzare. Quando ci sarà la possibilità di vaccinarsi sono certo che le adesioni saranno ben diverse».
IL LAZIO
Situazione complicata anche nel Lazio, dove pochi operatori hanno risposto all'invito per email delle residenze per anziani. Si parla addirittura del 10 per cento di sì e così alcuni datori di lavoro stanno passando al contrattacco annunciando che, nel caso di contagi all'interno delle Rsa, il personale che si è rifiutato verrà ritenuto responsabile.
Resta inspiegabile se non con le festività, la disattenzione e la superficialità questa mancata adesione, che si spera si trasformi in una partecipazione massiccia con l'arrivo del vaccino. Anche perché sono gli stessi sanitari a rischiare per loro, per i loro parenti, per i pazienti e per i loro famigliari, che esclusi dalle visite finiscono per gravare ulteriormente sul carico lavorativo degli infermieri. Le strutture infatti continuano a rimanere chiuse alle visite con gli anziani che restano soli e bisognosi di attenzioni.


«Tutti gli operatori sanitari devono vaccinarsi contro il Covid e se non vogliono farlo devono essere sospesi dal servizio perché non ne sono all'altezza», chiarisce Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell'Istituto Spallanzani di Roma. E per Giovanni Leoni, vicepresidente della Federazione degli ordini dei medici, «occorre essere inflessibili verso chi non si vaccina. Si tratta infatti di un dovere deontologico. Non può essere chi dovrebbe curare e assistere ad ammalarsi o infettare gli altri».

 


 


Ultimo aggiornamento: Mercoledì 30 Dicembre 2020, 15:33
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