Green pass, Walter Ricciardi: «Certificato da estendere anche a metro e autobus»

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di Mauro Evangelisti

«Il Green pass non solo deve diventare obbligatorio per i ristoranti al chiuso, ma anche per i mezzi di trasporto pubblico come autobus e metropolitana. Dal punto di vista tecnologico, non è impossibile applicare questa necessaria misura. Non possiamo obbligare le persone a vaccinarsi, però chi non lo vuole fare avrà meno opportunità o, quanto meno, dovrà eseguire un tampone antigenico ogni volta che vorrà frequentare luoghi affollati o usare i mezzi pubblici». Il professor Walter Ricciardi è ordinario di Igiene e Sanità Pubblica all’Università Cattolica di Roma ed è consigliere del ministro della Salute, Roberto Speranza. Pensa che la fine di questa pandemia sia ancora lontana e non condivide la scelta del Regno Unito di riaprire.

 

Boris Johnson, a fronte di un numero alto di britannici vaccinati, elimina ogni restrizione.
«Si tratta di una scelta moralmente riprovevole. Ha ragione Michael Ryan, dell’Organizzazione mondiale della sanità, che ha invitato alla prudenza e a non rimuovere tutte le restrizioni. Quella di Johnson è una decisione omicida, ci sarà un aumento enorme dei casi, è un esempio da non seguire. Sappiamo che il vaccino, che è un’arma importante, ci difende dalla malattia, ma in alcuni casi non dall’infezione. La variante Delta lo buca. Per questo nel Regno Unito ci saranno moltissime persone contagiate, costrette all’isolamento. Tra di loro molti operatori sanitari, gli ospedali non reggeranno. E lasciando libero il virus di circolare potranno svilupparsi nuove varianti».

 

 

 

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Professore, visto l’aumento di casi in corso in Europa, se è vero che il Regno Unito, pur avendo vaccinato una parte importante dei cittadini, sbaglia a riaprire, viene da dire: ma allora non ne usciremo più da questa pandemia.
«Non è vero. Ne usciamo soltanto se siamo razionali. Se siamo irrazionali allora sì non ne usciamo più. La razionalità dice che dobbiamo vaccinare a tutto spiano, perché così evitiamo malattia grave e morti. Senza vaccini, avremmo avuto centinaia di migliaia di decessi in più. Questo è un risultato enorme. Altro aspetto razionale: dobbiamo vaccinare tutto il mondo, anche chi vive in Asia e Africa. Altrimenti ne usciamo nel 2024. Se si segue la strada della vaccinazione e del controllo del virus possiamo vivere normalmente, se invece andiamo avanti con l’isteria allora sì, non ne usciamo più».


Come facciamo a convincere quei due milioni di ultrasessantenni che hanno scelto di non vaccinarsi?
«L’unica strada è quella di un maggiore coinvolgimento dei medici di medicina generale. Possono raggiungere e convincere tutti gli assistiti. Poi, a un certo punto, la libertà individuale prevale, ma queste persone purtroppo si ammaleranno sicuramente. In ospedale ormai i ricoverati sono quasi tutti non vaccinati. Il problema alla fine sarà individuale, non per la collettività. Se continuiamo a vaccinare, non arriveremo a numeri altissimi di ricoveri e decessi come l’anno scorso. Adesso la strada è quella del Green pass, una spinta gentile. Se non ti vuoi vaccinare e vuoi stare a casa, bene. Se invece vuoi frequentare ambienti affollati, allora lo puoi fare soltanto dimostrando o che sei vaccinato o che sei immune perché hai avuto il virus o che sei negativo perché hai eseguito di recente il test».

 

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Lei è favorevole al Green pass nei ristoranti al chiuso?
«Senza dubbio. Secondo me va applicato anche nei mezzi di trasporto come bus o metro. Se vale questo principio in un paese come la Cina che ha 1,7 miliardi di abitanti, perché non dovremmo riuscire a metterlo in pratica noi? La tecnologia esiste, i cellulari li abbiamo tutti, è solo una questione di organizzazione. Se il cellulare diventa il titolo di viaggio, si può fare. O si capisce che il Green pass è l’unica strada per una vita normale, o avremo sempre ondate di contagi che ci costringeranno a chiusure, che ci distruggeranno dal punto di vista sanitario, economico ma anche psicologico. Il Green pass da una parte in maniera indiretta incoraggia la vaccinazione, dall’altra ci consente di garantire sicurezza sanitaria nei luoghi affollati».

 

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Secondo lei è giusta la proposta di modificare i parametri per la classificazione dei colori delle Regioni riducendo il peso dei nuovi casi positivi e aumentando quello dei ricoveri?
«Non lo trovo sbagliato. Poi, certo, dobbiamo fare attenzione che non diventi solo un sotterfugio per evitare le restrizioni. Ma se si decide sulla base dell’evidenza scientifica, si tratta di una scelta condivisibile».
Varie Regioni stanno andando per conto loro nel decidere i controlli per chi torna o arriva da determinati Paesi.

 

Non avrebbe più senso una linea comune per tutta l’Italia?
«Certo, ma soprattutto nel controllo alle frontiere e sui viaggi sarebbe stato necessario un coordinamento europeo che ancora non si vede. Questo è il vero problema che non è stato risolto».

 

 

 


Ultimo aggiornamento: Lunedì 19 Luglio 2021, 00:20
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