Bassetti (infettivologo): «Contagio non è malattia, nuovo lockdown non serve a nulla»

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di Michela Allegri
Con questo virus dobbiamo imparare a convivere, «ma senza creare troppo allarmismo. La situazione è meno grave rispetto ai mesi del lockdown». Lo spiega Matteo Bassetti, direttore della clinica di malattie infettive dell'ospedale San Martino di Genova.

Professore, pensa che questo trend in crescita dei contagi sia preoccupante?
«Le previsioni di crescita nessuno le confuta, ci sono i rientri dall'estero, dalle vacanze, l'aumento del numero dei tamponi effettuati. I contagi ovviamente cresceranno, ma è importante capire che contagio non significa malattia. Non stanno aumentando le ospedalizzazioni».

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Cosa possiamo fare per ridurre i rischi?
«Più di continuare a dire di indossare le mascherine, di lavare le mani, di evitare gli assembramenti, cosa dobbiamo fare? Un nuovo lockdown non servirebbe a nulla, oggi non c'è nessuna ragione per chiudere. Il lockdown è stato necessario perché i nostri ospedali stavano saltando per aria, non riuscivano più a ospitare pazienti. Oggi la situazione è diversa. Ci sono molti asintomatici, chi contrae il virus non si ammala automaticamente in modo terribile, a livello mondiale l'indice di mortalità è rimasto stabile e adesso sta tendendo alla diminuzione. Sembra una malattia diversa, probabilmente perché siamo diversi noi: la intercettiamo meglio, siamo diventati più bravi a trattarla. E anche la carica virale sembra diminuita».

Condivide la decisione del Governo di rendere obbligatorie le mascherine all'aperto dalla sera fino alla mattina?
«Penso che sia un'assurdità, il virus non è più pericoloso di sera o di notte. Avrebbe avuto senso renderle obbligatorie sempre, in caso di assembramento. Oltretutto questo focalizzarsi solamente sull'importanza delle mascherine rischia di fare dimenticare tutti gli altri comportamenti fondamentali di prevenzione. Ho visto gente indossare le mascherine e uscire di casa con tosse e febbre, toccarsi gli occhi e il naso, non lavarsi le mani».

E la chiusura delle discoteche?
«Mi sembra un po' una punizione. Tutti sapevano cosa sarebbe successo una volta aperte le discoteche, perché non le hanno vietate fin dal principio invece di chiuderle dopo Ferragosto? Penso ai gestori e ai proprietari che hanno fatto investimenti anche importanti per mettere a norma i locali. Per loro è un danno economico serio. Spero che non sia l'antipasto per poi arrivare a non fare tornare i nostri figli a scuola. Questo sarebbe il fallimento di un Paese democratico».

Cosa ci dobbiamo aspettare per i prossimi mesi?
«Questo è un virus con cui dovremo imparare a convivere, rispettandolo e rispettandoci. Starà con noi ancora per molto. Bisogna imparare a rispettare il distanziamento sociale, evitare gli assembramenti, restare a casa quando si hanno sintomi influenzali, lavarsi spesso le mani. Sono regole basilari, ma senza tutto questo allarmismo».
 
Ultimo aggiornamento: Martedì 18 Agosto 2020, 13:50
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