Rissa al Pincio, un papà: «Mio figlio ci è andato per noia, dopo il lockdown è allo sbando»

Rissa al Pincio, un papà: «Mio figlio ci è andato per noia, dopo il lockdown è allo sbando»

di Flaminia Savelli

«Non lo so cosa è accaduto, devo ancora capire il ruolo di mio figlio», scuote la testa mentre risponde e racconta. E lo fa partendo dall'inizio, o dalla fine a seconda dei punti di vista. «Fino all'arrivo dei carabinieri a casa, non sapevo nulla né del maxi raduno del Pincio né che mio figlio fosse lì». Si appoggia all'auto parcheggiata sotto casa, un ferro di cavallo che corre lungo la via Casilina. Alle quattro del pomeriggio la strada è semi deserta, i palazzi alle spalle silenziosi. A raccontare, almeno parte della storia, è il padre di uno dei tre ragazzini indagati per lesioni. Secondo gli investigatori, c'era anche lui quel pomeriggio insieme ai 400 giovanissimi.

All'uomo i carabinieri hanno ritirato l'arma, una pistola: «Sono un operatore della sicurezza» precisa questo padre, dagli occhi azzurri e lo sguardo stanco mentre tira fori il cellulare per mostrare i turni di lavoro: «Sono in servizio per 12 ore al giorno a Cinecittà», nella zona dove è allestita la struttura del Grande Fratello: «Quel pomeriggio ero a lavoro, non so perché credano che fossi lì». Poi la conversazione devia sul ragazzo ora indagato, appena 14enne iscritto al primo anno di un istituto professionale. E il racconto accelera.

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RAGAZZI DI STRADA
«Prima del Covid F. non l'aveva neanche mai vista la strada, si allenava con i suoi compagni di squadra di pallanuoto per quattro volte a settimana. Il fine settimana era in vasca per le gare. E noi, i genitori, sugli spalti a fare il tifo. Lo dico per far capire che è seguito. Ma sono sincero, i ragazzi sono allo sbando non sanno che fare, si annoiano. Adesso voglio capire cosa è accaduto». Il clima in famiglia è teso: «Non ho ancora parlato con lui, mi devo calmare. Per il momento non esce di casa».

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Secondo quanto riferito dal padre, il ragazzo rientrato a casa quel pomeriggio, non avrebbe detto nulla su quanto avvenuto. E i genitori non avrebbero notato nulla di particolare nel suo atteggiamento. Sono stati i militari, durante gli interrogatori, a mostrare le prove raccolte. Tra questi anche gli indumenti di F., una maglietta nera e delle scarpe bianche. «Per intenderci- dice il padre- mio figlio non ha nulla a che vedere con il ragazzo con la tuta rossa che è stato ripreso in tanti video. Non è lui. E a dire la verità- aggiunge- è da quando sono stato informato sui fatti che cerco video e foto: F. non è in nessuna di quelle immagini. È chiaro, se mio figlio ha fatto qualcosa voglio saperlo». Ma c'è un punto ancora da chiarire. E cioè il cellulare del ragazzo che, in questa indagine, può rappresentare un elemento chiave: «Se avessi saputo che era lì di certo avrei controllato il suo telefono. Ma è stato sequestrato insieme agli abiti». Tutte prove ora nelle mani degli investigatori incaricati di ricostruire la vicenda e di risalire all'identità di chi ha organizzato l'incontro: «Non credo a una regia- risponde il padre- frequentano le stesse chat, mi pare chiaro. Non si sono resi conto del guaio in cui si stavano cacciando».

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Ultimo aggiornamento: Venerdì 11 Dicembre 2020, 10:26
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