Neonato morto in ospedale, la mamma: «L’ho allattato come diceva l’infermiera»

Appello dei genitori del bimbo soffocato: le altre madri raccontino cos’hanno visto. Il Pertini sotto accusa, il pm indaga per l’omesso controllo da parte del personale

Neonato morto in ospedale, la mamma: «L’ho allattato come diceva l’infermiera»

di Valeria Di Corrado e Alessia Marani

La mamma che involontariamente, a causa di un colpo di sonno, ha schiacciato con il corpo il suo bimbo mentre lo allattava, soffocandolo, sarebbe dovuta essere controllata dal personale medico e infermieristico dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, come tutti i pazienti ricoverati in una struttura sanitaria. Invece, stando a quanto lei stessa ha denunciato sul nostro giornale, è stata lasciata sola; tra l’altro nel momento in cui una donna è più fragile fisicamente e psicologicamente: dopo il parto. Per questo ora la Procura di Roma indaga sulla omessa vigilanza da parte del personale ospedaliero, su cui grava «una posizione di garanzia»; la struttura, cioè, ha il dovere di controllo, «anche rispetto ai comportamenti incauti e pericolosi che i pazienti possano porre in essere». 
Per di più, in questo caso, la mamma del piccolo Carlo Mattia - deceduto a tre giorni di vita, nella notte tra il 7 e l’8 gennaio - non ha avuto un comportamento «incauto o pericoloso». Al contrario, ha seguito le indicazioni che le erano state date. «Le infermiere mi hanno spiegato in che posizione mi dovevo mettere per allattare il bimbo sul letto e io l’ho fatto, anche quella notte», ha precisato la donna tramite il suo legale, l’avvocato Alessandro Palombi.

Le testimonianze

Fondamentale, per far luce sulle presunte condotte omissive da parte del personale dell’ospedale, potrebbero essere le testimonianze delle altre tre mamme che erano in stanza con la donna di 29 anni, all’interno del reparto di ginecologia. Una è un’italiana di 38 anni e due sono straniere. Il pm, che indaga per omicidio colposo contro ignoti, a breve potrebbe convocarle come persone informate sui fatti. Anche se, considerato che era l’1,40 di notte, non è detto che fossero sveglie nel momento in cui la madre del piccolo si è addormentata, schiacciandolo. Lei non si ricorda tutti i nomi delle sue compagne di camera, per questo la famiglia rivolge tramite “Il Messaggero” un appello affinché si facciano avanti e raccontino ciò che sanno. «Speriamo si facciano vive - dice il papà del bimbo - Il dolore che stiamo subendo è indescrivibile. Speriamo almeno che tutto ciò serva ad evitare altre tragedie simili».
La versione delle altre tre gestanti, infatti, potrebbe essere preziosa per stabilire da quanto tempo le infermiere non passassero per un controllo e se è vero - come sostiene la mamma del neonato deceduto - che lei aveva chiesto aiuto, perché troppo stanca e provata dal parto, vedendosi rifiutare (più di una volta) questa richiesta di assistenza. Inoltre, potrebbero confermare quale fosse la posizione che era stata loro suggerita per l’allattamento sul letto. 
Gli inquirenti, intanto, hanno acquisito i turni del personale in servizio quella maledetta notte e identificato le due infermiere del nido che erano al lavoro, oltre all’ostetrica. Dovranno confrontare queste presenze con quelle previste dalla pianta organica, per capire se ci fosse una carenza di personale in grado di garantire la sicurezza del “rooming in”: ossia la practice per cui mamma e figlio condividono la stessa stanza fin dal parto.

Il protocollo

Il protocollo adottato nel reparto di Ginecologia dell’ospedale romano è finito all’attenzione della Procura. La Asl 2 sostiene che la 29enne, come tutte le altre madri, abbia sottoscritto il modulo sui rischi connessi alla gestione autonoma del bambino, ma lei afferma al contrario di non avere dato alcuna autorizzazione e comunque di non avere avuto alcuna alternativa. D’altronde, anche se avesse firmato quel consenso, ciò non esimerebbe l’ospedale dal dovere di sorveglianza sui pazienti. 


Ultimo aggiornamento: Mercoledì 25 Gennaio 2023, 06:38
© RIPRODUZIONE RISERVATA