Gli infermieri reatini in trincea da un anno, ecco la loro dura battaglia contro la pandemia

Gli infermieri reatini in trincea da un anno, ecco la loro dura battaglia contro la pandemia

di Giacomo Cavoli

RIETI - Sono stati la prima categoria a essere sottoposta a vaccinazione per il loro costante lavoro in prima linea, ma saranno anche gli ultimi ad abbandonare il campo, almeno finché il Covid non sarà sconfitto. La pandemia ha rafforzato il ruolo degli infermieri ma li ha anche esposti, molto più di altre categorie, agli effetti psicologici di una lotta senza alcun limite e così ora, dopo quasi un anno dall’inizio dell’emergenza, a fare il punto su Il Messaggero riguardo la campagna vaccinale e le nuove iniziative a favore dei suoi colleghi è Maria Grazia Boscardini, la neo-eletta presidente provinciale dell’Ordine delle professioni infermieristiche, che nel Reatino rappresenta circa 1.700 iscritti. 

Sostegno psicologico. Il vaccino è lo scudo per restare in trincea, ma senza essere colpiti: «Da tutti i nostri colleghi è stato salutato come un’opportunità per uscire dalla pandemia, perché siamo quelli schierati in prima linea – spiega Boscardini – L’Opi ha sostenuto la sensibilizzazione verso tutti i suoi iscritti e le vaccinazioni iniziano a dare i loro frutti perché tra gli operatori, in parte, i contagi si stanno abbassando. All’inizio ci sono state delle reticenze da parte di qualche nostro collega, ma alla fine tutti hanno scelto di vaccinarsi perché la campagna di sensibilizzazione che stiamo portando avanti ha favorito una comprensione più approfondita».

Dopo un anno di lotta no-stop, però, la fatica non è più soltanto quella fisica delle ore trascorse in reparto: «Per questo abbiamo intenzione di istituire uno sportello a sostegno degli operatori sanitari colpiti o non colpiti dal Covid e che hanno risentito di questo momento legato alla pandemia – prosegue Boscardini - Nell’ultimo anno, tra gli operatori si sono infatti accentuate moltissimo situazioni di depressione, con aumento di ansia, insonnia e incertezza. Lo stress è aumentato sia a causa del carico di lavoro, con turni anche di dodici ore consecutive trascorse sempre dentro una tuta e con la paura costante di fare una mossa sbagliata e infettarsi, che anche per via della distanza dai loro nuclei familiari, per paura di essere i responsabili di un potenziale contagio. Anche il rapporto con il paziente ha avuto però un impatto psicologico pesante, perché normalmente la comunicazione è data dalla gestualità, mentre invece adesso ci siamo ritrovati con una comunicazione svolta soltanto attraverso gli occhi, difficile soprattutto per i pazienti anziani. E ciò ha innescato anche situazioni di rabbia nei pazienti stessi e da parte dei loro parenti: è pesante dover essere coloro che comunicano con i familiari attraverso il telefonino e pensare di sostenere un paziente che rischia di morire. Fino ad ora, all’interno dell’Ordine, il servizio dello sportello non è mai stato istituito e stiamo quindi contattando delle Onlus per capire come svilupparlo». 

Servizi territoriali. Nel frattempo, l’Opi punta sullo sviluppo di servizi territoriali da parte dei suoi iscritti: «La lotta al Covid sta accentuando la carenza di infermieri, ma in generale l’assistenza da parte delle figure infermieristiche professionali si sta spostando sempre più sul territorio – conclude Boscardini – Pertanto in questo settore diventa fondamentale trovare nuovi campi di sviluppo per assistere l’utenza e come Opi stiamo sensibilizzando i nostri iscritti, e i professionisti degli ambiti medici, a ideare progetti che possano essere realizzati grazie ai fondi europei di “Resto al Sud”, come ad esempio gruppi associati che possano sviluppare servizi infermieristici, perché non bisogna dimenticarsi dei pazienti che, pur non essendo colpiti da Covid, necessitano comunque di assistenza»


Ultimo aggiornamento: Domenica 14 Febbraio 2021, 00:10
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