Matteo Renzi, da "Stai sereno" al flop del Pd: la parabola dell'ex rottamatore

Matteo Renzi, da "Stai sereno" al flop del Pd: la parabola dell'ex rottamatore

Non si può certo dire che la sua carriera politica sia finita, ma il flop elettorale del Pd ha dimostrato chiaramente che la leadership di Matteo Renzi è di nuovo in discussione. L'ormai ex segretario, che ha appena annunciato le dimissioni, continuerà la propria carriera con la prima elezione a senatore, grazie alla netta affermazione nel collegio di Firenze-Scandicci, ma deve fare i conti con quello che è accaduto. Sono passati otto anni dalla prepotente irruzione del rottamatore fiorentino, che oggi si ritrova inevitabilmente rottamato, e appena quattro da quel 40% alle europee che fu più bugiardo ed effimero che mai: da quel momento, per Renzi e il suo partito, sempre più incarnato intorno alla sua figura, il declino è stato lento e costante, ma netto.

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Di chiara formazione cattolica (fu anche scout per diversi anni), anche in politica, Renzi sin dall'adolescenza, proprio quando partecipava anche come concorrente alla Ruota della Fortuna, si era avvicinato ai comitati a sostegno di Romano Prodi, diventando segretario giovanile del Ppi, dal 2001 facente parte della Margherita. La sua carriera politica 'senior' inizia molto presto: è il 2004 quando Renzi riesce a diventare presidente della Provincia di Firenze a capo di una coalizione di centro-sinistra. In vista della fine del mandato, Renzi vince le primarie del centro-sinistra per le elezioni amministrative del 2009: vince e diventa anche sindaco di Firenze, dimostrandosi molto presto un amministratore, capace anche di avere una visione proiettata nel futuro.



Solo un anno dopo, Renzi, insieme ad altre giovani personalità 'dem', tra cui Giuseppe Civati, Davide Faraone e Debora Serracchiani, lancia una nuova istanza all'interno del Pd: rottamare la vecchia classe dirigente e rendere più moderno un partito che, nonostante fosse nato solo tre anni prima, mostrava già le sue pecche, ancorato ad un'opposizione sterile nei confronti del governo Berlusconi. Passano pochi mesi e lo stesso Berlusconi invita Renzi ad Arcore, per una riunione tra un capo del governo e un sindaco di una grande città. Una parte della base del Pd, pur condividendo le istanze di rinnovamento, non perdonò mai quello che all'epoca era considerato un tradimento e che invece sarebbe stato il preludio al patto del Nazareno.



La 'rottamazione' era solo il primo passo verso la leadership per Renzi. Nel 2012 si candida alle primarie, sfidando Pier Luigi Bersani (già segretario del partito), Nichi Vendola, Bruno Tabacci e Laura Puppato; al ballottaggio vince Bersani, con oltre il 60% dei voti. Una prima, vera sconfitta in una carriera politica, ma anche il preludio ad una nuova 'scalata': le politiche del 2013 ebbero dei risultati così sorprendenti da rendere quasi impossibile la governabilità. Mentre Pier Luigi Bersani cercava invano di formare una coalizione di governo con il M5S, Renzi sembrava preparare un terreno fertile ad una nuova ascesa, con un'opposizione interna al partito che sembrava far perdere i consensi nei confronti di Bersani e favorendo una visione più centrista, che di fatto portò alla formazione del governo Letta. Mentre il Pd continuava a spaccarsi, come ad esempio nei famigerati 101 'franchi tiratori' che portarono alla rielezione di Giorgio Napolitano al Quirinale a discapito di Romano Prodi, Renzi era ormai pronto ad assumere la segreteria del partito.





L'8 dicembre 2013, alle primarie, Renzi vince contro Gianni Cuperlo, Pippo Civati e Gianni Pittella e diventa segretario del Pd. Enrico Letta teme per il suo governo di larghe intese, anche a causa dei problemi con gli alleati di governo (Berlusconi aveva ordinato le dimissioni ad alcuni ministri, ma il Parlamento aveva votato sì alla fiducia), ma Renzi lo rassicura con l'ormai storico "Enrico, stai sereno". Sappiamo tutti com'è andata: Letta fu costretto alle dimissioni e Renzi decise di proporsi per il suo primo mandato a Palazzo Chigi. È questo l'apice della carriera di Renzi, suggellato anche dal nettissimo 40% ottenuto alle elezioni europee: da quel momento in poi, la leadership renziana e il consenso del Pd iniziarono a sgretolarsi.



Durante la conferenza stampa in cui ha annunciato le dimissioni, Renzi ha rivendicato polemicamente che l'incertezza dei risultati elettorali per la formazione di un nuovo governo è figlia della bocciatura del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Probabilmente è vero, ma le responsabilità di quel risultato risiedono senza alcun dubbio in chi decise di personalizzarlo: Renzi, durante la campagna referendaria, commise il terribile errore di essere certo di avere ancora consensi pari a quelli delle europee di due anni prima, ma è chiaro che il Pd aveva cominciato a perdere una parte della base elettorale sin dall'uscita di Civati, che poi avrebbe fondato Possibile prima di approdare in Liberi e Uguali. Le percentuali del referendum, d'altronde, suonavano come una sentenza e Renzi non poteva fare altro che rassegnare le dimissioni da presidente del Consiglio, rimettendo anche in discussione la sua stessa leadership attraverso le primarie.



In piena fase del governo Gentiloni, Renzi sfida alle primarie Pd Andrea Orlando, ministro della Giustizia, e Michele Emiliano, presidente della Puglia: è un trionfo assoluto, con oltre il 69% dei voti. Il popolo del Pd, quindi, era con lui, ma tra i 'dem' nessuno si era accorto che gran parte della vecchia base aveva deciso di disertare i gazebo. A nulla sono bastati i risultati ottenuti dai tre esecutivi che si sono alternati sin dalle scorse politiche: Renzi ha fatto precipitare il partito di cui si era appropriato e oggi non poteva non dimettersi.


Lunedì 5 Marzo 2018 - Ultimo aggiornamento: 20:28
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