Sileri racconta il coronavirus: «Quando la febbre è salita ho capito che potevo morire»
di Simone Pierini

Sileri racconta il coronavirus: «Quando la febbre è salita ho capito che potevo morire»

Pierpaolo Sileri ha raccontato il coronavirus. Il viceministro della Salute lo ha vissuto sulla sua pelle, dai primi sintomi al tampone positivo. Poi la febbre alta e la saturazione che scende e la paura di morire e lasciar soli moglie e figlio«Ho avuto paura - spiega al Corriere della Sera - La notizia del tampone positivo mi arrivò la mattina del 13 marzo, il giorno dopo a Bergamo morì un operatore del 118, un mio coetaneo. Ma ero preoccupato più per la mia famiglia. Avevo paura di lasciare sola Giada, mia moglie».

«Quando la febbre è salita e la saturazione è scesa a 89 ho pensato che morire era diventata davvero una possibilità concreta - ammette Sileri - E così ho pensato a mio padre che morì giovane a 45 anni e a mio figlio Ludovico che ha 8 mesi, ho pensato all'ingiustizia che avrebbe vissuto anche lui crescendo senza padre come me».

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I primi sintomi. «Avevo fatto il vaccino antinfluenzale nel mese di novembre, quindi era improbabile che avessi l'influenza - racconta ai microfoni di 24 Mattino su Radio 24 - Poi, bruciore agli occhi e ho perso il sapore del caffè, non lo sentivo più. Poi è arrivata la febbre e dopo il primo giorno e mezzo di febbre è arrivata la tosse che è passata dopo la febbre. Ora, è rimasta la completa perdita di gusto e olfatto. Torneranno, e se non tornano poco male perché quando vedi cosa fa questo virus la perdita di gusto e olfatto sembrano poca cosa»

Il secondo tampone. «Sto bene, ne sono fuori e sto aspettando il nullaosta della Asl che certifica la guarigione - aggiunge Sileri a Radio 24 - Ho fatto il secondo tampone l'altro ieri, negativo, e dopo due tamponi negativi dovrebbe essere certificata la guarigione, credo questione di ore».

Mascherine. «È evidente che vi è carenza di mascherine in tutta Europa, era anche prevedibile. Ora tutti cercano di accaparrarsele e produrle affinché il loro numero sia sufficiente - dice ancora alla radio - Ora arriveranno dalla Cina, dalla Russia, dall'Egitto, insomma diversi Paesi ci stanno aiutando ed è iniziata la produzione in Italia. Quante ne serviranno? Questo dipende da quanto durerà ancora questa ondata epidemica. È chiaro che più siamo in casa, più rispettiamo le regole e prima finirà. Le mascherine devono essere date innanzi tutto agli operatori sanitari e a tutti coloro che al momento hanno una funzione pubblica, compresa la cassiera del supermercato».

Più tamponi. «Ho sempre difeso la 'politica dei tamponi', già dall'inizio quando furono fatti nelle aree poi perimetrate - spiega Sileri - È vero che il tampone va fatto al sintomatico, ma questa è una malattia molto subdola, quindi i tamponi devono essere fatti a tutti coloro che hanno sintomi anche lievi e poi a tutti i contatti di coloro che sono risultati positivi. Tutti gli operatori sanitari devono fare il tampone per proteggere se stessi, i pazienti e le loro famiglie. Poi, servono i 'tamponi sentinellà, quelli a pazienti asintomatici che magari si trovano in aree con focolai ampi. Serve un uso maggiore dei tamponi, non a tappeto ma intelligente».

«Più laboratori devono fare i tamponi - aggiunge Sileri - io rimango basito quando sento che tutto deve essere certificato 'da quel laboratoriò. Sul territorio nazionale abbiamo decine e decine di università, decine e decine di ospedali qualificati e strutture che sono eccellenze a livello internazionale: facciamoli certificare anche a loro. Io resto basito quando sento che i tamponi devono muoversi dall'Italia per essere certificati dall'Istituto Superiore di Sanità. Facciamo in modo che l'istituto autorizzi anche laboratori periferici ed evitiamo così anche spreco di denaro. Questa cosa l'ho già detta più di una volta».
Ultimo aggiornamento: Mercoledì 25 Marzo 2020, 11:06
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