L'Europa di Calenda, l'intervista integrale: «Lotto per l'Italia, uscendo dall'Ue si schianta il Paese. Il Pd deve superare Lega e M5S, obiettivo 25%»

di Davide Desario
Partiamo dalla questione della riforma dell'autonomia delle Regioni che, così com'è, crea un'Italia di serie A e una di serie B. Carlo Calenda, candidato nelle liste del Partito democratico, cosa ne pensa?
«Dipende da come la fai. Il principio per cui chi gestisce bene può avere un grado di autonomia maggiore e chi gestisce male lo deve avere minore è un principio che seguiamo nella nostra vita. Ma ci sono settori che non possono essere assolutamente regionalizzati»
Ad esempio?
«La scuola e la sanità devono rimanere nazionali».
Però tutto ruota intorno all'economia: il Nord viaggia a vele spiegate e il Sud arranca. Come si riduce questo gap?
«Per il Sud bisogna potenziare ogni strumento che esiste a livello nazionale. Quando eravamo al governo abbiamo fatto il grande piano per gli investimenti Impresa 4.0, e per il Sud lo abbiamo potenziato: vale a dire che un investimento al Sud alla fine era coperto dallo Stato al 60%. E questo ha dato dei risultati. C'è, però, il tema ineludibile della qualità dell'amministrazione pubblica locale: la classe dirigente politica del Sud è spesso inferiore a quella del Nord, in termine di attenzione amministrativa».
E la Capitale? Non si sta facendo niente per evitare il suo depauperamento. Ed è un danno per tutta l'Italia.
«Con la Raggi feci il Tavolo per Roma: non lo volevo fare io ma me lo chiedevano i sindacati, per capire quali erano i problemi delle imprese, quelle che volevano delocalizzare e quelle che invece volevano investire e come si potevano aiutare. La sindaca Raggi non si presentò. E la Capitale si sta sgretolando. Roma purtroppo è dal lato sbagliato: dovrebbe stare dal lato dove tutti vanno per costruire attività economiche ma c'è un'incuria di proporzioni incredibili. Non ho mai pensato che sia responsabilità della sola Raggi, ma la Raggi ha peggiorato la situazione. La Capitale è fuori controllo e lo dice anche lei... in chat».
Quindi qual è la sua posizione sul Salva Roma?
«Penso che vada fatto: ma, mentre il Pd lo vota, contemporaneamente la Raggi si deve dimettere. Sono disponibile a investire su Roma e a cercare soluzione al debito pregresso però non si può continuare ad aiutare un'amministrazione che ha fallito. Semplicemente perché non servirebbe a niente, si continuerebbe solo a buttare soldi».
La Raggi si dimette entro due mesi, poi commissariamento e si va alle elezioni?
«Sì, si va alle elezioni. E lo dico sapendo che per il Pd sarebbe molto difficile vincere: il mio non è un calcolo elettorale».
Calenda si candiderebbe?
«No, mi sto candidando in Europa. Faccio un altro lavoro e penso che quando uno si candida, lo fa seriamente. Il mio percorso è un altro: oggi c'è una battaglia per evitare che l'Italia esca dall'Europa, se no poi non ce più né Roma né Milano e né niente».
 
 


Chi consiglierebbe a Zingaretti come candidato Pd per Roma?
«A Roma c'è un problema gestionale. Lavorando al ministero, ho capito che il buco fondamentale della Repubblica italiana è l'assenza di capacità gestionali. Nessuno gestisce un cacchio. Si parla di riforme ogni 20 secondi ma nessuno si siede a gestire le cose: ad esempio, Salvini da gennaio è stato al ministero 17 giorni. Vuol dire che in un anno sarà stato un mese al ministero degli interni. Di Maio più o meno fa lo stesso. Per Roma quindi suggerirei di scegliere una persona che abbia un profilo manageriale, così come è stato per Sala a Milano: ha fatto un ottimo lavoro».
In Europa il Pd pensa al salario minimo.
«È una vaccata: come fai il salario minimo europeo se la Germania ha il 30% di salario in più dell'Italia? Dove lo fissi in Europa il salario minimo? È l'unica cosa da cui differisco dal Pd».
Qual è l'obiettivo del Pd alle europee?
«Il 25% come minimo, per avviare un percorso che ci porti alla maggioranza. È il mio obiettivo, Zingaretti invece punta al 20% ma a me non basta. Sono per darmi sempre obiettivi sfidanti, altrimenti è meglio non darseli».
Le europee in Italia saranno un referendum Salvini sì Salvini no?
«No, sarà un referendum Europa sì Europa no. Salvini non credo sia un pericolo per far diventare l'Italia fascista ma un pericolo per far andare a schiantare il Paese».
Si spieghi meglio.
«A ottobre dobbiamo decidere se ammazzare il Paese di tasse, con un carico da 30 a 40 miliardi di euro, che porterebbe in totale recessione il Paese, o far schizzare lo spread a 500 punti riaprendo crisi finanziarie e crisi delle banche. Il rischio di andare sotto Trojka è pazzesco. Eppure noi parliamo tutti i giorni di castrazione chimica e cannabis legale mentre Di Maio delira e parla di aumenti del 300% di posti di lavoro. Serve serietà».
Faccia degli esempi.
«Salvini, Meloni e Pizzarotti chiedono il voto ma hanno già detto che non andranno in Europa. Ma chi assumerebbe una persona che si presenta ad un colloquio di lavoro e dice Voglio questo posto ma non ci verrò?».
È soddisfatto delle liste del Pd alle Europee?
«Le liste sono fatte di persone che, per la maggior parte, non sono iscritte al Pd, persone di livello che conoscono le materie».
Il Pd per vincere deve presentare persone non del Pd?
«Il Pd deve cambiare a 360 gradi, non avremmo preso il 18% altrimenti».
Se il centrosinistra trovasse un'alleanza con il M5S?
«Me ne andrei, perché penso che i Cinque Stelle siano totalmente incapaci. Non posso mettermi a lavorare con Toninelli, Di Maio o la Raggi».
Chi è il peggiore?
«Toninelli è non classificato, quindi avrei detto la Raggi. Ma Di Maio ha fatto una cosa talmente grave che non lo posso più vedere: è andato all'Alcoa a prendere in giro gli operai. Gli ha detto di venire a Roma: lo hanno fatto a loro spese e lui, che non ha mai lavorato in vita sua, non si è fatto trovare. Per me è una roba che da sola richiederebbe le dimissioni».
Le liti tra M5S e Lega, in fase pre-elettorale, rientreranno o ci sarà una crisi di Governo?
«Ma se fino a 15 giorni fa erano d'amore e d'accordo: a Di Maio fa comodo prendere due voti in più a sinistra e si mette a fare il Che Guevara. Non farà mai cadere il Governo, perché altrimenti la sua carriera è finita. Torna a vendere bibite al San Paolo. Lo farà cadere Salvini sulla manovra economica perché non sono in grado di farla».
In che senso?
«Scrivetelo perché voglio che resti sul giornale così ce lo ricordiamo tutti: proveranno a fare una manovra portando il deficit al 4,5%, poi se i mercati, le agenzie di rating e i risparmiatori fanno saltare il banco diranno che sono stati i poteri forti».
I politici sono in grado di fare un'operazione verità? Si sta sempre dietro al chiacchiericcio.
«Vorrei che si parlasse di più dei programmi politici, ma il dibattito pubblico verte solo su chiacchiericcio. E non è fatto solo dai politici ma anche da stampa e media: i giornalisti dovrebbero chiedere il foglio del come».
Cioè?
«Pretendere che venga spiegato come si realizzano i programmi. Quando Di Maio disse che ci sarebbe stato il boom economico, nessuno poi gli ha mai detto di chiedere scusa al Paese per aver detto una cazzata grande come una casa».
Visto che parliamo di Media, cosa ne pensa della polemica su Fazio?
«Il tema non è lo stipendio di Fazio. Se fosse così l'ad della Rai farebbe un'analisi dei costi e in cda deciderebbe se ne vale la pena. Sta accadendo invece che il ministro degli Interni ogni giorno deve trovare un nemico altrimenti la gente si accorge che non sta facendo nulla. Si inventa Fazio, poi ci aggiunge la Gruber, la cannabis, i centri sociali: è un'arma di distrazione di massa. Quanto paghi i personaggi di tv, sport spettacolo o cinema dipende da quanti incassi fanno».
Però questi sono soldi pubblici.
«Perfetto, io sono per la privatizzazione della Rai così la smettiamo con questo dibattito infinito su cui entrano in tutti i partiti. Non abbiamo la maturità per un servizio pubblico, viene usata dai politici come fosse un oggetto loro».
Torniamo a Roma, qual è stato il miglior sindaco?
«Rutelli è stato un bravo sindaco».
Cosa pensa di Sala a Milano? Sta lavorando per una leadership nel centro sinistra?
«No, sarebbe un ottimo leader ma il suo impegno è sulla città. Ecco alla Capitale servirebbe uno così».
Certo tutta un'intervista senza mai citare il premier Giuseppe Conte.
«Conte? Vuol dire che non ne vale la pena».

davide.desario@leggo.it

(ha collaborato Lorena Loiacono)
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Mercoledì 15 Maggio 2019, 05:01
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