Salva-Stati, l’ultimatum di Di Maio a Conte e Mef: «No alla firma, serve un rinvio»

di Simone Canettieri
«Vogliamo salvare il governo». Luigi Di Maio la mette giù in maniera positiva, ma sul Mes, il Fondo Salva Stati, è inamovibile: «Così com’è, i nostri parlamentari non lo voteranno mai». Ergo: se il Pd e il premier Conte non si fermeranno l’esecutivo è a rischio. Magari a partire dalla prima occasione utile: la manovra. Uno scenario troppo catastrofista? «Ma no, siamo sicuri che alla fine prevarrà l’interesse del Paese», rilanciano i vertici M5S.

L’Italia e il caso debito/Il dovere dell’Europa di ricostruire la fiducia  - di G.Sapelli

Forte del ritrovato asse con Alessandro Di Battista in ottica di ritorno alle urne con tanto di piano B («Sono pronto a ricandidarmi», ha detto l’ex parlamentare a Il Fatto), il leader grillino affila le armi su una battaglia identitaria in grado di ricompattare le sfibrate truppe pentastellate. Per questo motivo Di Maio ha chiesto e ottenuto un vertice a Palazzo Chigi domani con il Pd e Italia Viva, ma soprattutto con il presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri. In questa occasione il capodelegazione grillino consegnerà nelle mani del titolare di Via XX Settembre le proposte di modifica al Mes con una richiesta chiara: caro Gualtieri, mercoledì prossimo alla riunione dell’Eurogruppo dovrai tenere aperti i negoziati. Dunque chiedere un rinvio che spinga Conte il 13 dicembre al Consiglio europeo a sfilarsi. 

Il titolare della Farnesina, in virtù del ruolo che ricopre, pretende che vengano modificate le clausole sui titoli di Stato per impedire così che si arrivi alla ristrutturazione del debito pubblico italiano. Di Maio chiederà dunque un rinvio in primavera per «agganciare e vincolare» il sì al Mes alla riforma sull’Unione bancaria per «stoppare così l’inaccettabile proposta tedesca Scholz-Shauble, che è l’anticamera della ristrutturazione del nostro debito, una mossa letale per gli italiani».

LA STRATEGIA
I vertici M5S dicono che sono in corso contatti costanti con Gualtieri e, sostengono sempre i pentastellati, che «non potrà non venire incontro alle nostre richieste». Si scrive ministro dell’Economia, ma si legge premier: l’obiettivo di Di Maio è di spingere Conte già lunedì durante l’informativa alla Camera a una frenata chiara. Riducendo così lo scontro che Palazzo Chigi ha in animo di mettere in piedi su questo argomento contro Matteo Salvini, con tanto di annuncio di querela da parte dell’ «avvocato del popolo». 

Per adesso - ma mancano ancora 48 ore - il dialogo è disteso nei toni, ma molto duro nella sostanza. Anche perché il segretario del Pd Nicola Zingaretti sembra iniziare a perdere la proverbiale pazienza. Non a caso il numero uno del Nazareno fissa nel caso Mes l’asticella della stabilità per il governo. Di Maio, dopo settimane sotto tiro, prova dunque a mostrare i muscoli. 

La guerra interna dei parlamentari sembra aver perso potenza (anche se alla Camera da quasi due mesi non si riesce a eleggere il capogruppo) e c’è molta rassegnazione. L’idea che il Movimento possa ruotare di nuovo in area sovranista e quindi strizzi l’occhio a Salvini viene gelata in maniera netta dal presidente di Montecitorio, Roberto Fico, tra i più strenui difensori di questo governo: «No a ritorni di fiamma». Ciò che è sicuro è che l’ “agenda Dibba” se applicata rischia di minare e non poco il quadro. «Luigi e Ale - raccontano ancora i vertici grillini sono d’accordo in questa fase su tutto, si sentono al telefono, si consigliano». E dunque questa è la musica dei due dioscuri: nessun passo indietro sulla prescrizione, avanti sulla revoca della concessione ad Autostrade e con la legge sul conflitto di interessi, il Mes deve essere migliorato, recupero delle tasse non pagate dalla Chiesa e mai con De Luca in Campania.
Sabato 30 Novembre 2019, 00:28
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