M5S, scisma rinviato. E Di Maio accusa: «Odio contro di me»

Al Consiglio nazionale il processo al ministro. Ma nessun provvedimento

M5S, scisma rinviato. E Di Maio accusa: «Odio contro di me»

di Andrea Bulleri

Una scomunica, non una cacciata. Luigi Di Maio «non parla più a nome del Movimento 5 stelle». Non è l’espulsione chiesta a gran voce da una parte dei fedelissimi di Giuseppe Conte. Ma dal vertice grillino convocato ieri sera in tutta fretta per rispondere alla personale «escalation» del titolare della Farnesina contro l’ex premier esce comunque una frattura netta. Una separazione nei fatti, anche se – per ora – manca l’ufficialità del divorzio. «Adesso basta, gli insulti contro di noi finiscono qui», la linea barricadera dei parlamentari vicini a Conte. 

Per i cinquestelle quella di ieri è la giornata più lunga. Cominciata con l’ennesima sequela di bordate e finita a un passo dal redde rationem definitivo. «I dirigenti della prima forza politica in parlamento dovrebbero fare autocritica, invece attaccano con odio e livore il ministro degli Esteri», affonda Di Maio in mattinata. «Lo ribadisco: l’Italia non può permettersi di prendere posizioni contrarie ai valori euro-atlantici», un atteggiamento «poco maturo che crea tensioni e instabilità nel governo» . È la goccia che fa traboccare il vaso per Conte e i suoi, che annunciano una riunione in streaming del Consiglio nazionale. Convocata per le 21 ufficialmente allo scopo di discutere la linea da tenere con la risoluzione sul conflitto in Ucraina. L’eventuale espulsione di Di Maio «non è all’ordine del giorno», rassicurano prima del vertice fonti del Movimento. «Il tema è ribadire che nessuno vuole portare l’Italia fuori dalla Nato e dell’Ue. Questo è un insulto – la linea dei contiani – e fa specie che a lanciarlo sia il ministro degli Esteri del M5S».

Eppure, fanno notare i collaboratori di Di Maio, il gruppo chiamato in assemblea ha tutto l’aspetto di un tribunale convocato proprio per processare il ministro. E possibilmente condannarlo. Alla riunione partecipano una quindicina di membri, a partire dal presidente Conte e i cinque vice, tutti fedelissimi del capo. Paola Taverna, Alessandra Todde, Mario Turco, Michele Gubitosa e Riccardo Ricciardi (che di Di Maio parla come di un «corpo estraneo al movimento» contro cui «occorre prendere provvedimenti»). E poi i capigruppo di Camera e Senato, Davide Crippa e Mariolina Castellone, la presidente degli eurodeputati stellati Tiziana Beghin e i responsabili dei comitati tematici. Anche loro tutti scelti da Conte: Gianluca Perilli, Chiara Appendino, Fabio Massimo Castaldo e Alfonso Bonafede. Per chiudere con il capo delegazione M5s al governo Stefano Patuanelli. 
Altro che organo «nel quale sono rappresentate tutte le componenti del Movimento», malignano i dimaiani, citando alla lettera il sito web pentastellato. «Ma quale democrazia interna», è l’accusa: «La convocazione è servita solo per dare legittimità a una decisione già presa». Quella di “sfiduciare” politicamente il ministro degli Esteri. Sancire una volta per tutte che le parole di Di Maio «danneggiano» il Movimento. Dunque che il ministro «non parla più a nostro nome». E farlo - qui sta il senso dell’assemblea - non più con la ridda di dichiarazioni di singoli esponenti, ma attraverso una presa di posizione ufficiale del Movimento.
Non un’espulsione, anche se i più agguerriti nelle truppe dell’ex premier avevano posto il tema. Anche perché, stando al regolamento, il Consiglio non ha il potere di buttar fuori nessuno: quella decisione spetta ai probiviri, soltanto dopo aver espletato un iter tutt’altro che breve. «Ma se non sono riusciti neanche a cacciare Vito Petrocelli quando non voleva lasciare la guida della commissione Esteri – fanno notare dal fronte Di Maio – come pensano di espellere qualcuno che fin dall’inizio ha incarnato il volto del Movimento?». 

I pontieri

È proprio questa, suggeriscono i “ricucitori”, la considerazione che alla fine avrebbe fatto propendere l’avvocato del popolo per rimandare l’Armageddon finale. Uscire dal vertice con la decisione di cacciare in tutta fretta l’ex capo politico sarebbe apparso come un autogol anche ai più agguerriti tra i pasdaran contiani. «Si rischia di lacerare ancor di più quel che resta del Movimento», la considerazione che alla fine ha prevalso. Già i Cinquestelle sono divisi da mesi in guerre tra bande, già si contano le macerie dopo le amministrative: «Che senso ha dividerci ulteriormente?». 
Questo più o meno il ragionamento che ieri ha tenuto attaccati ai telefoni per buona parte del pomeriggio i pontieri dell’uno e dell’altro schieramento. A cominciare dall’ex ministro Alfonso Bonafede (non a caso rimasto defilato negli ultimi giorni). «Vogliono cacciarlo? No – riassume un contiano di rango – Vogliono che sia lui a prendere atto che ormai nulla lo lega più al Movimento». Nessuna scissione, dunque. Almeno, non per il momento. 


Ultimo aggiornamento: Lunedì 20 Giugno 2022, 01:57
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