Green pass, certificato per lavorare, il governo chiama le parti. Misure estese agli statali

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di Andrea Bassi

Il paradosso lo ha sottolineato l’ex magistrato esperto di sicurezza sul lavoro Raffaele Guariniello. Dal prossimo agosto un cliente che vorrà cenare in un ristorante sarà obbligato a mostrare il suo green pass a un camiere che, invece, l’obbligo del certificato non ce l’ha. Contraddizioni a parte, il tema del green pass per il governo è decisamente spinoso.

Mario Draghi non vuole rischiare passi falsi. Nei prossimi giorni il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, convocherà Confindustria e sindacati per discutere la questione. Il metodo, spiegano fonti del ministero, è quello del dialogo sociale anche su questo aspetto, come per il protocollo per le vaccinazioni sui luoghi di lavoro adottato ad aprile scorso che ha avuto un grande successo proprio perché si è concordato ogni passaggio con sindacati e datori di lavoro.

Il green pass e il mondo del lavoro

Quello di Orlando, ma anche di Draghi, sarà un lavoro di ricucitura dopo la diffusione della lettera interna con la quale Confindustria aveva rivelato alle imprese associate una interlocuzione con il governo per rendere obbligatorio il pass nei luoghi di lavoro. Ad irritare i sindacati era stato il passaggio in cui si parlava di un possibile cambio di mansione o addirittura di una sospensione dallo stipendio per chi fosse risultato sprovvisto del green pass. In realtà la proposta di viale dell’Astrononomia è stata intesa come un obbligo di vaccinazione che invece non è. Le vie per ottenere il green pass, infatti, sono tre. Non c’è solo la doppia dose di vaccino (che dà una copertura per nove mesi), c’è anche il pass per chi è guarito dal Covid e per chi ha fatto un tampone da meno di 48 ore. 

 

 

 

 


E proprio i tamponi, o meglio, il loro costo potrebbe essere uno dei nodi che il tavolo della trattativa potrebbe essere chiamato a sciogliere. A chi spetterebbe pagare il tampone ogni due giorni a chi rifiuta il vaccino? All’azienda o al lavoratore? 


I PASSAGGI
Ma il punto, in realtà, è anche un altro. Mentre i sindacati spingono per un aggiornamento dell’accordo sulla sicurezza in azienda firmato ad aprile dello scorso anno con Confindustria, quando i vaccini e il tracciamento ancora non esistevano, viale dell’Astronomia, pressata dalla base degli imprenditori, che a loro volta devono far fronte alle pressanti richieste di sicurezza dei lavoratori, vorrebbe una norma di legge.

«Per sgombrare il campo dai dubbi e le incertezze è sicuramente opportuno un provvedimento legislativo che condizioni l’accesso ai luoghi di lavoro, come a ristoranti e mezzi di trasporto, all’esibizione del green pass», dice al Messaggero il giuslavorista Pietro Ichino. «Ma», aggiunge, «a ben vedere non ce ne sarebbe bisogno, perché l’articolo 2087 del Codice civile già legittima il datore di lavoro a disporre tutte le misure utili, secondo la scienza e l’esperienza, per azzerare o ridurre al minimo il rischio di infortuni o malattie professionali». Anche per Maurizio Del Conte, altro giuslavorista, una norma di legge sarebbe meglio perché un accordo impresa-sindacati non avrebbe la stessa efficacia. 


Ma sul tavolo del governo non c’è solo la questione del green pass per il lavoro privato. C’è anche il tema degli statali. Di questo aspetto se ne sta occupando il ministro per la Pubblica amministrazione Renato Brunetta, che da settembre vorrebbe spingere sempre più i dipendenti pubblici verso il rientro in ufficio. Ma per capire cosa accadrà al pubblico impiego bisognerà prima attendere la decisione sugli insegnanti. Se per questi ultimi dovesse essere introdotto l’obbligo di vaccino, a cascata potrebbe arrivare una misura simile anche per altre categorie di dipendenti pubblici che sono a contatto con il pubblico o per quegli uffici dove non è possibile garantire le distanze di sicurezza. 
 


Ultimo aggiornamento: Domenica 25 Luglio 2021, 10:07
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