Draghi, i paletti del premier ai partiti: «Conta la qualità, non la durata»

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di Marco Conti

La ciambella è là in mezzo all’aula del Senato. Mario Draghi la getta ai partiti e ai leader che, sparpagliati causa-Covid sulle poltrone dell’emiciclo, appaiono ancor più spaesati. L’opportunità che viene offerta loro si coglie nel passaggio del discorso nel quale il presidente del Consiglio dice di «non essere d’accordo» che questo governo è stato reso necessario dal fallimento della politica». 

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IL COMPITO
«Nel rispondere alle necessità del Paese, nell’avvicinarsi ai problemi quotidiani delle famiglie e delle imprese» sta l’opportunità che, in maniera pedagogica, Draghi indica. Spetta alla politica coglierla e capire che ora è «il momento di lavorare insieme, senza pregiudizi e rivalità». Nel definire il suo «il governo del Paese» che «non ha bisogno di alcun aggettivo che lo definisca», Draghi cancella l’idea che quella attuale possa trasformarsi in una formula politica. Pur nella consapevolezza che passata questa esperienza tutto sarà diverso, si tira fuori da ogni “dopo” che possa essere interpretato come un possibile impegno diretto nella competizione politica.
Ai partiti ricorda lo «spirito repubblicano» più volte evocato dal Capo dello Stato Sergio Mattarella. A loro lascia il compito di fare i conti con le proprie identità e ai parlamentari il dovere di un esame di coscienza quando ricorda che «il tempo del potere può essere sprecato anche nella sola preoccupazione di conservarlo». Non contano quindi i giorni ma «la qualità delle decisioni», «il coraggio delle visioni» per «avviare una nuova ricostruzione» «come accadde nel Dopoguerra». 

Non è tipo da scaldare i cuori, da scatenare le folle, ma nella concretezza di un discorso diviso in capitoletti, Draghi pianta paletti importanti dentro i quali i partiti della sua larghissima maggioranza dovranno stare. L’irreversibilità dell’euro e l’atlantismo sono gli unici due punti “intrattabili” che, azzerando le velleità leghiste e le spinte grilline, sono destinati a cambiare anche il dna delle rispettive leadership. Draghi non infierisce sulla frustrazione che serpeggia in quasi tutti i partiti della maggioranza. Basta l’autorevolezza a frenare i desideri di rivalsa che pur si colgono in più di un’affermazione, ma si comprende che confida in uno sviluppo del sistema politico e in una sorta di autoriforma anche dei logori schieramenti politici.

Nessun leader e nessun partito può permettersi di sabotare quello che viene unanimemente considerato come ultima occasione che ha il Paese per uscire dal disastro sanitario ed economico causato dalla pandemia. Leader e partiti che però dovranno al più presto uscire da quel comprensibile disorientamento che alla lunga rischia di trasformarsi in ambiguità e danneggiare l’esperienza che vede autorevoli esponenti dei partiti impegnati in posizione di governo. I primi segnali non sono incoraggianti. Il segretario del Pd e quello della Lega si sono incontrati di recente, ma la presa d’atto che una fase si è conclusa è stata accompagnata dall’idea di comporre degli intergruppo che svelano il tentativo di tenere in piedi delle alleanze sempre più logore. A sinistra il Pd vive l’incognita della tenuta del M5S costretto ad appoggiare un governo guidato da un ex banchiere centrale e in alleanza con Silvio Berlusconi. A destra l’intergruppo è ancor più paradossale perché mette insieme due partiti in maggioranza (Lega e FI) e uno all’opposizione (FdI). Salvini vive con terrore il rischio di essere scavalcato dalla Meloni alla quale ieri Draghi ha indirettamente ricordato che in questo momento «l’unità è un dovere» e che «l’amore per il Paese» è una forma di patriottismo anche per una destra che si definisce «di governo».

Zingaretti anche ieri non ha perso l’occasione per dirsi alternativo alla Lega. Il segretario del Pd ha ormai legato la sua segreteria a quell’alleanza Pd, M5S e Leu - a guida Giuseppe Conte - che taglia Iv e che però viene vissuta dai gruppi parlamentari dem con sempre maggiore insofferenza. Ma poichè «gli interventi di oggi hanno dimostrato la consapevolezza del disastro sul quale «il governo costruirà la sua credibilità», il salto in avanti del sistema politico è ancora possibile soprattutto perché ieri Draghi ha dimostrato che è possibile marcare le proprie convinzioni in maniera diversa da quell’atteggiamento gladiatorio che anche il sistema dei media ha coltivato per anni spacciandolo per bipolarismo. Renzi, autore del cambio di governo, si gode lo spettacolo nella speranza che l’esecutivo duri a lungo, magari anche dopo l’elezione del nuovo Capo dello Stato.

Draghi, definito spesso freddo, ieri ha mostrato di emozionarsi davanti l’assemblea del Senato. Non è riuscito sempre a controllarsi, come forse avrebbe voluto, ma deve aver pesato la consapevolezza di avere assunto un compito gravoso, non facile e che per farcela ha bisogno della consapevolezza dei partiti.
 


Ultimo aggiornamento: Giovedì 18 Febbraio 2021, 09:36
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