Madri in fuga dal lavoro: le dimissioni dopo un figlio, Italia maglia nera nella Ue

Allarme del Censis: oltre 61mila i genitori che nel 2022 nel primo anno di vita dei figli hanno presentato le dimissioni

Madri in fuga dal lavoro: le dimissioni dopo un figlio, Italia maglia nera nella Ue

di Raffaella Troili
Si arrendono alla nascita del primo figlio e mollano il lavoro, proprio mentre paradossalmente crescono le opportunità di occupazione in Italia. Chiaro, evidente, amaro che le "sopravvissute" non s'imbarcheranno in un'altra maternità. La fuga delle donne (e in minor parte degli uomini) è uno dei dati più importanti che mostrano i numeri del Censis. Oltre 61mila i genitori che nel 2022 nel primo anno di vita dei figli hanno presentato le dimissioni, un dato in forte aumento dal 2017, quando erano state 39.738. Il costo professionale dei figli per le madri resta più alto in Italia rispetto agli altri grandi paesi europei, sottolinea il 7° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale. Il tasso di occupazione delle donne con figli è pari al 58,6% (quello degli uomini con figli all'89,3%): il divario a scapito delle donne è di -30,7 punti percentuali, il più alto d'Europa, contro il -17,4 della Germania, il -14,4% della Francia, il -19% della e il -29,1% della Grecia. Ma la percentuale resta bassa anche per le donne senza figli: 66,3%, mentre per i maschi senza figli è al 76,7%. L'arrivo dei figli rilancia un modello tradizionale di famiglia, non sembra esserci alternativa: le dimissioni e risoluzioni consensuali dal lavoro di genitori con figli fino a un anno di età, hanno coinvolto 44,7 mila madri e 16,7 mila padri. Le cause? Il 41,7% delle madri e il 2,8% dei padri si sono dimessi per difficoltà a conciliare il lavoro con la cura dei figli per via della carenza dei servizi di cura, il 21,9% delle mamme e il 4,3% dei papà per la difficoltà nel conciliare lavoro e cura dei figli per problematiche legate al lavoro in azienda. «Una donna su 5 si dimette dopo il primo figlio e il tasso di donne che lavorano con figli è miseramente più basso di quello degli uomini che lavorano - sottolinea la ministra della famiglia, Eugenia Roccella - non solo possiamo ma dobbiamo favorire la conciliazione vita e lavoro. Dobbiamo colmare il gap e le differenze che ci sono ancora».

LA VITA PRIVATA

Ma un altro dato significativo emerge dal rapporto Censis e riguarda l'approccio "liquido" e distaccato dei giovani rispetto al lavoro. Forse per via di una congiuntura nuova (sono 23,1 milioni gli occupati in Italia, il dato più alto di sempre) che permette loro di guardare al futuro con meno ansia, pretendere di lavorare meno, scegliere se e quando fermarsi o cambiare. Di fatto ridurre il tempo di lavoro è l'obiettivo per il futuro di oltre 6 occupati italiani su 10. Spesso le dimissioni sono una fuga verso un lavoro migliore: tra i lavoratori con meno di 60 anni che hanno lasciato il lavoro, il 67% si è ricollocato entro 3 mesi. Il 67,7% degli occupati vorrebbe ridurre il tempo dedicato al lavoro: ben il 65,5% dei giovani, il 66,9% degli adulti e il 69,6% degli over 50. Già oggi il 30,5% degli occupati (il 34,7% tra i giovani) dice di impegnarsi nel lavoro lo stretto necessario, rifiutando straordinari, chiamate o mail fuori dall'orario di lavoro ed eseguendo solo quel che gli compete. Oltre il 52,1% dice che il lavoro influenza meno la vita privata rispetto al passato, perché si dedica ad attività e ha valori che reputa più importanti. Sentimento condiviso dal 54,2% dei giovani, il 50,1% degli adulti e il 52,6% degli anziani. Quasi il 28% ha rinunciato a un lavoro migliore perché la sede era troppo distante dall'abitazione. Il rapporto Censis descrive come «nuovo paradosso italiano» la voglia di lavorare meno e il mercato del lavoro dinamico. Sottolineando la corsa - nemmeno frenetica - da un lavoro all'altro permessa dalla nuova stagione lavorativa. Molti meno ragazzi al lavoro, più possibilità di occupazione e un diverso significato attribuito alla professione.

L'ANALISI

Ragiona Giorgio De Rita, segretario generale del Censis: «Siamo in un momento molto particolare, davanti a un fenomeno di progressiva diminuzione dei lavoratori specie dei più giovani: negli ultimi 20 anni il numero di occupati tra i 25 e i 34 anni è diminuito del 32%, il 60% delle imprese fatica a trovare giovani lavoratori. Perché? Non ci sono, sono nati meno bambini. A ciò si aggiunge un altro fenomeno: i giovani che si affacciano al mondo del lavoro attribuiscono allo sforzo, all'impegno della vita professionale altra natura, per dirlo con una battuta: "più tempo per me"». Per la famiglia, gli interessi, soprattutto la nascita di un bambino. «Di fatto porta a un'entrata e un'uscita nel lavoro più fluida, rapida, con motivazioni personali e diversificate. E l'essere di meno, mentre il mercato del lavoro ha una dinamica positiva offre la possibilità di uscire e rientrare». Fenomeno che si affianca a un altro. «Il tema economico, con stipendi bassi e relativamente fermi negli anni. Avendo un salario basso posso immaginare di fermarmi un anno, un anno e mezzo, sei mesi per investire nella cura dei figli, per poi rientrare con migliori condizioni economiche». De Rita indica la strada: «La risposta deve essere economica, con un miglior stipendio, un maggiore welfare e flessibilità oraria». Resta il gap occupazionale tra uomini e donne con figli. «Del 30 per cento. L'impegno della cura dei familiari penalizza le giovani donne. Basti pensare che il 96% dei non attivi, che non cercano lavoro, sono donne. La carenza dei servizi pubblici viene scaricata sui lavoratori. La difficoltà del Paese ha come ammortizzatore la presenza femminile che rinuncia a lavorare e cercare un lavoro».
Ultimo aggiornamento: Giovedì 22 Febbraio 2024, 09:13
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