Conte è ostaggio degli eletti 5Stelle: già in dieci pronti ad uscire al Senato

Pressing degli eletti del Movimento sul leader. Lui: niente rimpasto

Conte è ostaggio dei pasdaran 5Stelle: già in dieci pronti ad uscire al Senato

di Andrea Bulleri e Francesco Malfetano

«O dentro o fuori. Né rimpasto né appoggio esterno sono una opzione. E ora come ora, siamo fuori». Ribolle il Movimento. Tanto più dopo la salita al Colle di Mario Draghi di ieri sera, vissuta dai più oltranzisti dei grillini come una sorta di altolà. Tra i 5 stelle, conferma chi è molto vicino al leader Giuseppe Conte, l’ala barricadera sta rapidamente prendendo il sopravvento. L’avvocato fatica a contenere soprattutto i senatori che giovedì a palazzo Madama, durante il voto di fiducia sul Dl Aiuti, sono sempre più determinati a uscire. «Non si torna indietro» è il messaggio che rimbalza sulle chat. Almeno una decina, stando ai rumors, i senatori pronti a lasciare l’Aula in ogni caso. Anche se dai vertici alla fine dovesse arrivare l’indicazione a votare la fiducia.

Eppure il Conte accerchiato delle ultime ore continua a tenere tutto in sospeso. Il dubbio è - come spesso è accaduto parlando dell’ex premier - in primis personale. Il leader del Movimento vorrebbe evitare che vada disperso quel tesoretto di consenso che ritiene gli sia rimasto appiccicato dopo l’esperienza a palazzo Chigi. E quindi, confida ai suoi, di essere molto perplesso su una rottura degli equilibri di governo in questa fase. Intanto perché non può permettere che passi il messaggio di un Papeete “bis”. Essere associato alla disavventura balneare del leghista «gli provoca profondo disagio» spiega chi ha avuto modo di parlarci negli ultimi giorni. 

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In più i cinquestelle dovrebbero caricarsi sulle spalle una crisi di governo mentre il Paese fa i conti con nuovi rincari dell’energia e l’ennesima recrudescenza pandemica. Una responsabilità pesante che i vertici tentano ancora di far rimbalzare sul governo. «È stato palazzo Chigi a portarci in questa situazione» attaccano. «Tocca a loro farsi avanti: noi non abbiamo mai chiesto rimpasti o ridistribuzioni di posti. Abbiamo posto dei temi, urgenze drammatiche di famiglie e imprese». L’idea è che il Movimento non si può più accontentare. E anche un segnale - come l’apertura sul cuneo fiscale o sul salario minimo che dovrebbe arrivare oggi dall’incontro tra sindacati e premier - non sarebbe abbastanza. In pratica, la richiesta è che Draghi faccia un gesto eclatante. Qualcosa che non appaia agli occhi di eletti ed elettori come un contentino. Gli occhi di molti sono puntati sullo scostamento di bilancio. Ma è piuttosto improbabile che il governo dià il proprio “ok” a nuovo debito. 

Le perdite

Ieri pomeriggio intanto Conte ha riunito l’intero consiglio di guerra di grillino. Nessuna decisione però dicono sia stata presa. «Attenderemo fino all’ultimo minuto». Si fanno i conti, nel quartier generale di Campo i Marzio. Si valutano scenari e si soppesano benefici e costi. Quelli delle possibili “perdite” di eletti, innanzitutto. Stimate, a Palazzo Madama, in almeno 7-8 senatori che, in caso di addio a Draghi, sarebbero pronti a lasciare il Movimento. Alla Camera, i numeri sono ancora più preoccupanti, per il fronte degli oltranzisti: 15, forse 20 deputati in procinto di lasciare, se la decisione alla fine dovesse essere quella di non votare la fiducia.

Perché è vero che il grosso delle truppe grilline, anche a Montecitorio, ripete che «seguiremo le decisioni di Conte». Ma più l’ala dei falchi alza il tiro, più quella delle colombe si mostra irritata. Delusa. Alcuni di loro in queste ore espongono i loro dubbi ai fuoriusciti dal Movimento, come Emilio Carelli. Che all’avvocato dà un consiglio: «Sia se stesso. L’abito dell’uomo di lotta non gli si addice». 

 

Ultimo aggiornamento: Martedì 12 Luglio 2022, 00:15
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