Lino Banfi: «Quando ero in miseria ho venduto Rolex falsi ai napoletani»

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di Luciano Giannini

«Questa non l’ho mai detta a nessuno. Da giovane, per fare qualche lira - ero in miseria - riuscii a vendere Rolex falsi ai napoletani. Io e un amico ci travestivamo da ufficiali americani, fermavamo le persone, raccontavamo che ci avevano derubato e non avevamo soldi. Solo un orologio, prezioso, da scambiare. Su 10, otto ci mandavano a cogliere fichi, due ci cascavano. Ne vado fiero... imbrogliare i napoletani non è facile». A 85 anni Lino Banfi è un profluvio di ricordi. Li estrae dalla soffitta della memoria e li rispolvera in occasione del suo ritorno a Napoli: domenica sera, sul sagrato del duomo, assieme a un nutrita schiera di personaggi popolari, riceverà il Premio San Gennaro, giunto alla nona edizione.

 

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La "confessione" di Lino Banfi

Banfi, da buon pugliese di Andria, vissuto a Canosa, lei non ha rapporti diretti con San Gennaro.
«Si sbaglia. Cominciai la carriera qua da voi, tra il teatro 2000 e il Salone Margherita, al fianco di attori bravissimi. Loro scomodavano San Gennaro, io San Nicola... così, li abbiamo gemellati».

 

Un altro riconoscimento si aggiunge alla lista.
«I premi fanno sempre piacere, anche se te li assegnano quando hai accumulato anni, vita, maturità. Questo, invece, arriva nella mia terza gioventù. Me la sono imposta per oppormi al virus. Non voglio fare il vecchietto casalingo, avvolto nella paura. Non sono un pandemico triste. Perciò, ho chiesto aiuto ai miei tre alter-ego: il commissario Lo Gatto, Nonno Libero e Oronzo Canà, l’allenatore nel pallone. Dovendo convivere nello stesso corpo grassottello, stiamo strettini. E io li ho liberati. Ho chiesto al mio impresario: “Accetta tutte le occasioni di lavoro, a prezzi politici”. Durante la pandemia ho girato l’Italia e due film».

 

 

Quali? 
«”Viaggio a sorpresa”, con Ronn Moss di “Beautiful”, commedia romantica che promuoverà le bellezze della mia terra. L’altro è “Bestie canaglie”, opera prima della bolognese Chiara Sani, ed è più drammatico. Affronta il tema degli anziani e delle case di riposo. È una storia tosta ma, a tratti, divertente. Sarà al festival di Siena il 2 ottobre».

 

Un accenno alla polemica del Moige contro il suo tormentone «Porca puttena»?.
«Che dire? Rispetto quelli del Moige, ma si sono dati la zappa sui piedi. Ripeto la frase dalle prime apparizioni con Franchi e Ingrassia; e continuerò a farlo. Molti nonni e papà, quando m’incontrano, chiedono ai figli: “Su, falla sentire a Nonno Libero”. E loro, felici: “Porca puttena”».

 

Torniamo a Napoli e al premio.
«Un’occasione per ricordare e salutare amici... Sergio Bruni. “Tu sî ‘na bestia ‘e palcoscenico”, mi diceva. Sa che scrivemmo una canzone insieme? Lui la musica, io il testo: “Cantico del Sud”. Ricordo il figlio di Libero Bovio, Aldo, che mi volle per “Cafè chantant” in Villa comunale, con Vittorio Marsiglia e la bella Angela Luce; e la medaglia d’oro ricevuta alla festa della Sanità, come giovane attore emergente... l’unico oggetto che rimpiango tra quelli che mi portarono via in un disgraziato furto a casa. Vorrei salutare Peppino Di Capri, Mimmo Di Francia, il critico de “Il Mattino” Valerio Caprara e lo chef Cannavacciuolo. Ci conoscemmo in un ristorante di Milano, quando lui non era ancora famoso».

 

 

Anche a lei piace la buona tavola?
«Siamo entrambi ittico-dipendenti». 

 

I rapporti con Napoli sono profondi. A cominciare dal nome d’arte, per cui seguì i consigli di Totò. È vero che un tal Ciro l’aiutò, la sfamò e le comprò anche il biglietto per tornare a Canosa?
«Vero. La vigilia di Natale del ’54. Ero a Napoli, senza lavoro. Un prestigiatore che frequentava la Galleria Umberto mi dette il cappello universitario del figlio; sa, di quelli con la visiera a becco. Mi disse: “Vai a Toledo e chiedi un’offerta per la cassa universitaria”. Alle nove di sera il cappello era vuoto. Passa un tizio. Si ferma. Capisce al volo: “Tu non sei un universitario!”. Io gli racconto la mia triste storia. E lui: “Seguimi”. Mi porta nel suo basso, ai Quartieri spagnoli. Trovo la moglie, pingue come lui, e cinque, sei bambini che schiamazzano. Ciro mi offre un pasto caldo e un giaciglio. All’alba mi sveglia, mi saluta e mi dà i soldi... che spesi per mangiare, non per andare a casa. Una volta famoso, l’ho cercato dappertutto. Sono tornato sul posto. “No, qui non ha abitato mai nessun Ciro”, mi ha risposto il vicolo. Lo cerco ancora, per sdebitarmi. Una sera, a cena, raccontai la storia a un amico cardinale. E lui: «Caro Lino, non c’è nessun Ciro. Quello era un angelo».


Ultimo aggiornamento: Sabato 25 Settembre 2021, 13:16
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