Mahmood: «A scuola mi bullizzavano. Il coming out? Non mi piace se è per farsi pubblicità»

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di Mattia Marzi

Occhi sbarrati, volto incredulo. Per mesi la vita di Mahmood è rimasta al momento in cui Claudio Baglioni annunciava che la sua Soldi era la canzone vincitrice di Sanremo 2019. Fino a poco prima Alessandro serviva cappuccini in un bar in piazza San Babila a Milano e i soldi li spendeva tutti in car sharing per andare al lavoro e tornare a casa, nel quartiere periferico di Gratosoglio, dove è nato (da mamma sarda e papà egiziano che se ne andò quando aveva solo 5 anni).

Tredici Dischi di platino appesi alle pareti per hit come Barrio, Rapide, Dorado e Inuyasha (più quelli che hanno vinto le canzoni firmate per altri, da Andromeda di Elodie a Chiamami per nome di Francesca Michielin e Fedez), 440 milioni di visualizzazioni su YouTube, un secondo posto all'Eurovision con la stessa Soldi («Contento per i Maneskin che ce l'hanno fatta», dice). In questi due anni tutto è cambiato, per il 28enne cantautore. Che nei 14 pezzi di Ghettolimpo, il nuovo album da oggi nei negozi, racconta il lato oscuro di un successo che ha rischiato di divorarlo.

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Mai pensato di essere una meteora?
«Sì. Ho avuto anche problemi di identità. Non mi riconoscevo più, allo specchio e nelle foto. Sulla copertina dell'album riprendo il mito di Narciso, ma riflesso nell'acqua c'è un mostro».

 


Soldi, però, continua a perseguitarla: Nanni Moretti l'ha messa nel corto sui social con cui ha annunciato che parteciperà a Cannes. L'ha conosciuto?
«No, mi piacerebbe. Non vedo l'ora di vederlo, Tre piani».


Nelle tasche avevo nada, ero cool non ero Prada, canta in Dorado. Oggi nei video veste Burberry. Che fa, racconta la sua nuova vita da privilegiato?
«Macché, vivo ancora in affitto a Gratosoglio. Nell'album spiego come i ricordi d'infanzia mi hanno tenuto al riparo da un successo imprevisto: dai rimasugli della lingua araba alla mitologia greca, che mi affascinava».


Quando ha toccato il fondo?
«Durante la quarantena: umore a terra, ispirazione pure».


E poi?
«La scorsa estate ho preso uno studio in Toscana, con Dardust e gli altri: lì è tornata la voglia di scrivere. Le canzoni raccontano il percorso che ho fatto per tornare a riconoscermi».


La sovraesposizione l'ha temuta? A un certo punto ha iniziato a firmare canzoni con lo pseudonimo Tattroli (Glicine di Noemi e Sigaretta in mano a Dio dei Selton).
«Come autore non mi sono mai tirato indietro. Ho detto no a qualche duetto. E ai talent che mi volevano come giudice».


Con lei si è imposto un nuovo pop che detta la linea anche a quello tradizionale?
«Noi non abbiamo rubato il posto a nessuno, semmai abbiamo aggiunto nuovi tasselli. A Emma e Alessandra Amoroso non serve fare quello che faccio io: devono dare messaggi forti loro».


Parli del ghetto ma di te non c'hai niente da dì, canta: ce l'ha con i trapper?
«Lei cerca la polemica».


E lei rischia di essere frainteso. Puoi parlare di povertà anche se sei nato in un castello: conta la sincerità. T'amo a chi è dedicata?
«A mia mamma. Devo tutto a lei Abbiamo vissuto e superato insieme le stesse difficoltà. Cito No potho reposare, brano sardo che mi cantava da piccolo».


Rubini, con Elisa, è un inno alla diversità?
«Sì. Parla della mia adolescenza difficile. A scuola mi bullizzavano perché diverso. Mi sono battuto tanto per il ddl Zan: so cosa significa sentirsi offesi».


Come le è sembrato il monologo di Pio e Amedeo contro il politically correct?
«Non l'ho neanche guardato. Guardo Netflix: ho curato la colonna sonora di un episodio di Zero e scritto l'omonimo brano, incluso nel disco».


È sempre contrario al coming out?
«Dissi che è inutile farlo a scopo promozionale: venni frainteso. Sul tema ho deciso di non dire più niente»


Ultimo aggiornamento: Sabato 12 Giugno 2021, 11:08
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