Michela Greco
CANNES - «Nippy chiama Whitney. Whitney rispondi!». In

Michela Greco
CANNES - «Nippy chiama Whitney. Whitney rispondi!». In una toccante sequenza del documentario che Kevin MacDonald ha dedicato alla storia di Whitney Houston (foto), la cantante, ormai perduta nel suo conflitto interiore e devastata dall'abuso di droga, cerca di ricomporsi chiamando in soccorso la sua identità più genuina. Come mostra il film, ricco di immagini di archivio inedite che mostrano il dietro le quinte della musicista, Whitney era chiamata Nippy da piccola e quando svestiva i panni della popstar, un ruolo che l'ha portata alle stelle e poi all'inferno.
Passato fuori concorso a Cannes e prossimamente in sala in Italia con un'uscita evento, Whitney arriva due anni dopo quello che Nick Broomfield aveva già dedicato all'artista, e contiene rivelazioni sconcertanti. Il fratellastro Gary Garland-Houston e la sua assistente Mary Jones, infatti, nelle interviste raccontano con la voce rotta che Nippy, da piccolissima, aveva subito abusi sessuali da parte della cugina Dee Dee Warwick. Un peso enorme da sopportare per una donna dotata di una voce divina, di talento e bellezza, ma divorata da sentimenti ambivalenti verso la famiglia. La mamma, a sua volta cantante, lasciava spesso soli lei e i suoi fratelli, affidandoli ad altre famiglie mentre partiva in tournée. Il papà, secondo alcuni intervistati, le rubò moltissimi soldi quando era all'apice della carriera e le fece anche causa. Il marito Bobby Brown - brevemente intervistato anche lui - le fece scontare pesantemente di aver avuto più successo di lui. Realizzato con il sostegno della fondazione Whitney Houston, il film è un'intensa cavalcata attraverso la vita della diva di Guardia del corpo, è un incontro tra il Bene e il Male, tra la luce del talento cristallino e il buio dell'autodistruzione, fino alla sua morte nel 2012.

Venerdì 18 Maggio 2018 - Ultimo aggiornamento: 05:01
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