L'allarme Dia: «I nuovi capi mafiosi sempre più giovani, violenti e social»

Enrico Chillè
I nuovi boss mafiosi? Sempre più giovani, violenti e social. Non è una novità, come dimostrano i fatti di cronaca più recenti, ma ora è arrivata anche la conferma ufficiale della Direzione investigativa antimafia. Nella relazione presentata in Parlamento, la Dia sintetizza i binari paralleli su cui si sta muovendo la criminalità organizzata in Italia: se da un lato, a livelli di vertice, ci si affida sempre di più a imprenditori e liberi professionisti, è nella fascia giovanile che si cercano nuove leve, da utilizzare come manodopera.
Non ci sono solo i figli dei boss: sempre più giovani, molto spesso disoccupati, finiscono per diventare reclute delle mafie. Negli ultimi 5 anni non solo si sono registrati casi di mafiosi con un'età tra i 14 e i 18 anni, ma gli appartenenti alle cosche tra i 18 e i 40 anni hanno raggiunto numeri quasi uguali a quelli della fascia tra i 40 e i 65 anni e, in un caso, lo hanno anche superato (nel 2015 i denunciati e gli arrestati per 416 bis sono stati 5.437 di cui 2.792 tra i 18 e i 40 anni e 2.654 tra i 45 e i 60). Un fenomeno che viene alimentato dalla forte disoccupazione giovanile, specie al Sud, ma anche dall'emarginazione sociale che i ragazzi delle aree più degradate vivono quotidianamente. Molto spesso, la manovalanza mafiosa è costituita da giovani e giovanissimi provenienti da famiglie povere, che vengono illusi dalla possibilità di un salario e di poter fare carriera, scalando le gerarchie criminali. Un sistema alimentato anche dai social, come spiega la Dia: «Le nuove tecnologie consentono di aggregare velocemente gli affiliati al sodalizio e, allo stesso tempo, di rendere più difficoltosa l'intercettazione dei messaggi».
L'allarme della Dia coinvolge anche il fenomeno delle baby-gang delle periferie urbane: per le mafie sono un esercito di riserva, da usare per lo spaccio ma anche per estorsioni e contraffazioni. Infine, la Dia ha analizzato anche le probabilità di infiltrazioni mafiose all'interno delle istituzioni dello Stato: il settore più a rischio è, ancora una volta, la sanità.
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Giovedì 14 Febbraio 2019, 05:01
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