IL GRANDE INGANNO

Un «agguato infame» alla sua creatura. Voce tremante, tanta rabbia. E un grande bisogno di rivincita. Così Sandro Donati svela gli incredibili retroscena della storia di doping che ha coinvolto Alex Schwazer e che domani potrebbe avere una svolta decisiva in favore del campione olimpico di marcia. A distanza di tre anni e otto mesi da quel maledetto controllo che gli costò le Olimpiadi di Rio, potrebbero aprirsi scenari inaspettati. Domani al tribunale di Bolzano verrà presentata la perizia del Ris di Parma, che proverebbe che le analisi effettuate nel 2016 sull'urina dell'atleta sono state manomesse.
Provette manipolate. Aveva ragione Donati, quindi?
«Io sapevo fin dall'inizio come stavano le cose, ne ero sicuro al 100% e questa è solo una conferma di quel che per me è sempre stato chiaro. Non sapevamo chi fossero gli autori materiali, ma la verità fortunatamente sta venendo a galla».
Qualcuno aveva interesse a distruggere Schwazer?
«Sì. Purtroppo è tutto molto lineare. Alex fece una deposizione in Tribunale il 15 dicembre 2015, confermando accuse gravissime a due medici della Fidal (Federazione italiana di atletica leggera). La sua dichiarazione fu dirompente: disse che i medici sapevano dei suoi valori ematici anomali prima delle Olimpiadi di Londra 2012, ma che avevano occultato la cosa. Un'ora dopo quelle accuse, proprio dalla Iaaf partì l'ordine di un controllo antidoping. Non so chi abbia preso quella decisione nella Iaaf, certo è che è stata assunta pochi giorni dopo, il 1 gennaio 2016».
E volevano eliminare anche lei dalla scena?
«Sì, certo. Per vendetta».
Può essere più preciso?
«Ho detto verità troppo scomode. E cioè che le associazioni sportive internazionali hanno storicamente giocato un ruolo complice e omissivo riguardo al fenomeno del doping. Negli anni non hanno fatto nulla per combatterlo, anzi, lo hanno sempre favorito. Ed ecco il tentativo di mettermi a tacere per sempre. Quale miglior modo di farmi apparire complice di un atleta con un precedente per doping?».
E le istituzioni italiane che ruolo hanno avuto?
«Alcune hanno collaborato per sbarazzarsi di noi. Ma a tempo debito metteremo i puntini sulle i».
Che cosa ha significato per lei questa brutta vicenda?
«Una sofferenza atroce. Essere vittima di un agguato infame perché di questo si è trattato - che neanche le peggiori menti delinquenziali avrebbero potuto progettare, è stato terribile. Una lotta impari, tra l'altro, contro la potenza delle istituzioni internazionali e la loro assoluta sovranità».
Domani, però, Schwazer potrebbe uscirne vincitore. Tornerà a gareggiare?
«Le persone non sono macchine. Ad Alex hanno tolto il meglio, tutto quello che poteva dare, inchiodandolo alla sedia per tre anni all'apice della sua carriera. Gli ci vorrebbero almeno due anni per riprendersi fisicamente, e alla fine comunque ne avrebbe 37. È bello sognare, ma è difficile pensare a un suo ritorno».
E lui che dice in proposito?
«Ci pensa, ma non si fida più. Mi ripete in continuazione Prof, e se mi fanno un altro agguato?. Ma questo è un discorso che aprirò, se non mi sparano in bocca prima. Quale garanzia può avere un atleta sottoposto a un controllo antidoping? Attualmente nessuna».
Il caso è stato riaperto proprio il giorno del matrimonio di Alex con Kathrin Freund, e lei era tra gli invitati. Come è andata?
«Bene. Il matrimonio è stato un momento davvero emozionante per lui. I suoi ringraziamenti più grandi sono andati alla moglie, che in questi anni terribili gli è stata sempre accanto. Nessuna polemica, nessun riferimento alla vicenda. Una giornata di sola gioia. E poi Alex è molto riservato, le sue sofferenze le tiene per sè. È un ragazzo semplice, equilibrato, forte. E ora pulito».
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Mercoledì 11 Settembre 2019, 05:01
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