Alessio Caprodossi
L'impero di Mark Zuckerberg vacilla, anzi rischia di infrangersi.

Alessio Caprodossi
L'impero di Mark Zuckerberg vacilla, anzi rischia di infrangersi. Almeno per quanto riguarda la posizione di vertice che il proprietario di Facebook detiene proprio all'interno del Cda della sua creatura digitale.
Un fuoco amico che non parte dai troll russi e neppure dai dati truffaldinamente trafugati a milioni di utenti del network dalla Cambridge Analytica. Le scorie dello scandalo Datagate e, soprattutto, gli oltre dieci milioni di dollari bruciati a Wall Street nelle ultime due settimane hanno infatti scatenato gli azionisti, che chiedono un cambio di marcia per rispondere alla pioggia di critiche e ai danni di immagine che stanno travolgendo la piattaforma.
«È il capo di se stesso e questo non va bene», afferma Michael Frerichs, responsabile degli investimenti dello stato dell'Illinois, che vanta una partecipazione nel social network, mentre il delegato al Bilancio della città di New York, Scott Stringer, che gestisce un miliardo di dollari di azioni in Facebook è ancora più netto evidenziando che «Zuckerberg non deve rendere conto a nessuno di quel che fa». L'idea per calmare le acque e tranquillizzare i due miliardi di utenti è nominare un nuovo presidente e tre consiglieri indipendenti nel Consiglio di Amministrazione societario.
Richiesta legittima ma non semplice da far passare, poiché Zuckerberg non è solo l'amministratore delegato e il presidente del CdA di Facebook, ma anche il suo maggior azionista con il 60% del potere di voto, nonostante possieda una quota pari al 14% della società.
Già lo scorso anno circa 1.500 investitori avanzarono identica richiesta, con tanto di petizione online sottoscritta da circa 336.000 persone, con l'intento (disatteso) di cambiare registro. A far storcere la bocca agli azionisti ci sono anche i circa 20 milioni di dollari spesi nell'ultimo triennio per la sicurezza e gli spostamenti di Zuckerberg, che solo nell'ultimo anno ha messo sul conto societario 1,5 milioni di euro per voli su jet privati e 7,3 milioni per la sua protezione personale (+50% rispetto allo scorso anno). E non è di certo finita qui , perché brutte notizie arrivano pure dagli utenti, con il 56% degli iscritti americani che ritiene Facebook l'azienda meno sicura in termini di privacy. Insomma, il rischio della grande fuga dal social è concreto. Ai guai statunitensi si aggiungono quelli italiani, è di ieri la sentenza d'appello che conferma: Facebook con Nearby copiò un'app italiana.
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Martedì 17 Aprile 2018 - Ultimo aggiornamento: 05:01
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