Coronavirus, Conte: «Ospedale focolaio ha favorito il contagio». Scontro con Fontana. Codogno: seguiti i protocolli

di Mauro Evangelisti
LODI Ospedale di Codogno, nel tardo pomeriggio i volti si incupiscono, la fatica e la paura lasciano spazio al dolore: è morto un paziente, 62 anni, di Castiglione d'Adda. Anche lui è una vittima del Covid-19, dell'epidemia da coronavirus che proprio dal pronto soccorso di questa piccola struttura è esplosa. In corsia sono stremati, il lavoro non si ferma mai. Stanno tutti cercando il paziente zero, ma il vero epicentro del contagio del coronavirus che sta paralizzando e spaventando la Lombardia ha il viso sofferente del paziente uno, l'uomo di 38 anni che aveva la febbre alta e non sapeva di essere infetto. L'epidemia è partita da questo pronto soccorso, il luogo peggiore possibile. E il premier Conte accusa: «Una gestione di una struttura ospedaliera non del tutto propria, secondo i protocolli prudenti che si raccomandano in questi casi, ha contribuito alla diffusione».

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S'infuria l'assessore regionale al Welfare, Giulio Gallera: «Sono accuse ingiuste, difendo i medici dell'ospedale di Codogno, hanno fatto il loro dovere e seguito i protocolli inviati dal Ministero della Salute e dall'Oms, che dicevano di fare i test solo a chi tornava dalla Cina, addirittura all'inizio si diceva solo da Wuhan. Piuttosto Conte ci deve spiegare perché la Protezione civile si è fatta trovare sguarnita di strumenti in questa emergenza, non ha mascherine, non ha i tamponi, non ha nulla. E chiedono a noi di reperirle in pochi giorni. Conte lasci stare i medici di Codogno». «In pronto soccorso siamo stati perfino fortunati», dicono gli esperti di indagine epidemiologica: senza la falsa pista dell'altrettanto falso paziente zero tornato dalla Cina, forse la scoperta del contagio sarebbe avvenuta ancora più tardi, con il numero degli infettati moltiplicato per due o per tre. Qui a Codogno il pronto soccorso oggi è chiuso, restano operativi i reparti di medicina e rianimazione con una quarantina di pazienti. Medici e infermieri sono divisi tra la paura del contagio, un gruppo in quarantena, altri costretti a turni di dodici ore.
 


FLASH-BACK
Codogno, pronto soccorso: il 18 febbraio è il giorno del grande contagio. Da un piccolo ospedale di una cittadina di 16 mila abitanti si diramano i percorsi incontrollati dell'infezione del coronavirus in buona parte della Lombardia. M.M, 38 anni, da 48 ore ha la febbre, ma pensa che sia un'influenza di stagione perché in Cina non è mai andato. La sua vita si era sviluppata tra corse podistiche in Liguria e nel Lodigiano, una riunione della Cri, una partita di calcio. È un ricercatore dell'Unilever a Casalpusterlengo, va in pronto soccorso due volte: poco prima delle 15, quando gli danno un antibiotico. Incrocia medici, infermieri, altri pazienti. «Gli avevano chiesto se avesse avuto contatti con la Cina, ma lui ricordava solo un viaggio a New York», dicono in ospedale. Alle 3 di notte, quando è già il 19 gennaio, torna: la febbre è altissima. Solo in quel momento la moglie, incinta di otto mesi, ricorda che il marito era stato a cena con un amico tornato dalla Cina. Scatta la procedura, il test, il pronto soccorso viene chiuso, isolato, il personale finisce in quarantena. Ma ormai è tardi: esplode dal piccolo ospedale di Codogno l'epidemia che sta mettendo in ginocchio mezza Lombardia.

L'amico tornato dalla Cina non c'entra nulla, risulterà positivo a verifiche e controverifiche, ma senza quella falsa pista la situazione sarebbe diventata perfino più esplosiva, perché il trentottenne per altri giorni sarebbe stato trattato come un paziente con una brutta pneumonite. Ecco perché Codogno e gli altri comuni vicini oggi sono isolati, ecco perché nell'ospedale il personale è allo stremo, tra chi deve restare in quarantena e chi deve fare i super turni. Ogni giorno escono nuovi casi, ieri è emersa la positività di un dipendente dell'anagrafe del Comune di Lodi, che, secondo quanto racconta Il Cittadino, era andato al pronto soccorso per un problema cardiaco proprio quando c'era il paziente uno. I dipendenti dell'ospedale resistono, tra chi parla con i giornalisti c'è chi racconta: «Non ci hanno ancora spedito dotazioni adeguate». I tamponi per i test cominciano a scarseggiare, quelli che si fanno a domicilio nelle case di Codogno vengono garantiti solo a coloro che hanno i sintomi della malattia.
Mauro Evangelisti
Ultimo aggiornamento: Martedì 25 Febbraio 2020, 09:42
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