Usa, giustiziato per omicidio ma ora il Dna lo scagiona: sull'arma le tracce di un altro
di Anna Guaita

Usa, giustiziato per omicidio ma ora il Dna lo scagiona: sull'arma le tracce di un altro

«Sono innocente». Lo ha ripetuto per 21 anni, anche quando lo hanno steso sulla brandina prima di fargli l'iniezione che lo avrebbe messo a morte. Ledell Lee aveva 52 anni quando l'Arkansas lo ha giustiziato per lo stupro e l'omicidio di Debra Reese, avvenuto nel 1993 in un sobborgo di Little Rock. Fino all'ultimo la sua famiglia aveva chiesto che lo Stato esaminasse i capelli che erano rimasti sul bastone che aveva massacrato la giovane mamma, e rilevasse le impronte digitali. Il procuratore giudicò che le richieste erano «infondate», poiché c'erano sufficienti testimonianze oculari contro Lee «per reputarlo colpevole senza il minimo dubbio, come la giuria aveva deciso». Passati quattro anni dall'esecuzione, i dubbi vengono a galla, eccome.
Quei capelli e quelle impronte sono state analizzate, e risultano appartenere a un'altra persona, ignota. Anche la camicia in cui il bastone era stato avvolto e nascosto porta lo stesso Dna di un uomo che non è lo stesso che è stato ucciso con l'accusa di aver brandito quel bastone contro Debra. Nel 1993 i sospetti si erano puntati su Ledell Lee perché viveva vicino e non era esattamente un santarellino. Aveva un passato di droga, e il suo Dna era stato trovato in tre casi di stupro. Questo suo passato è stato usato dalla polizia di Jacksonville per ottenere la pena capitale contro di lui. La condanna è venuta solo dopo un secondo processo, poiché nel primo la giuria non era riuscita a decidere.

 

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LE PROVE
Le prove erano solo quelle di testimoni oculari che dicevano di averlo visto entrare nella casa di Debra, e una banconota da cento dollari ritrovata nel portafogli di Lee, che portava il numero di serie di alcune banconote che la donna aveva ritirato in banca di recente. Ma molte cose nel processo fanno indignare. Ad esempio, Lee è stato riconosciuto dai testimoni solo in fotografia, ma siccome l'omicidio è avvenuto di notte, quando la strada era malamente illuminata, è improbabile che i tre testimoni che dicevano di averlo visto dalle case accanto potessero averlo riconosciuto con tanta esattezza in una piccola foto. Molto è stato scritto allora anche sull'inefficacia dell'avvocato difensore, spesso ubriaco e chiaramente incompetente al punto di non accorgersi che non erano state neanche analizzate le impronte digitali. Un elemento di razzismo non è neanche da escludere, visto che Lee è nero e la vittima era bianca.

 


I DUBBI E LE SUPPLICHE
Dopo la sua condanna, nel corso degli anni, la vicenda di Lee è venuta all'attenzione di alcuni avvocati delle Aclu, l'Associazione per la difesa dei diritti civili, che hanno chiesto insistentemente il test del Dna sui capelli e l'analisi delle impronte digitali. Il caso di Lee è anche arrivato alla Corte Suprema, dove i giudici nel 2017 si divisero 5 a 4, con i liberal contrari alla sua esecuzione. Un'avvocato locale, Furonda Brasfield ricorda che la famiglia di Lee «non aveva mai smesso di supplicare le autorità di risparmiare il loro caro e di eseguire il test del Dna». Nel 2017, però, lo Stato dell'Arkansas, che non metteva nessuno a morte dal 2005, si rese conto che uno dei farmaci che aveva in deposito per le iniezioni letali stava per scadere, e decise di accelerare le esecuzioni dei detenuti nel braccio della morte. In 11 giorni voleva metterne a morte 8, ma ottenne il via libera solo per 4, il primo dei quali fu proprio Lee. Tre giorni prima dell'esecuzione, intervistato dalla Bbc, Lee spiegò di aver vissuto per anni «in un incubo». La sera dell'esecuzione, il 20 aprile 2017, Lee rifiutò la cena e chiese solo la comunione. Adesso che il Dna è stato analizzato, il governatore dell'Arkansas, Asa Hutchinson ha difeso la decisione di dare il via libera all'esecuzione perché il caso era stato visionato dalla Core Suprema, e quindi era suo «dovere».


Ultimo aggiornamento: Giovedì 6 Maggio 2021, 17:30
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